Chi sono i giovani poeti italiani, di Simone di Biasio

Cover of Poetry, magazine edited by Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), No, 1-2, February-March 1909, Detail

In un suo “diariominimo” Umberto Eco cita Diogene Laerzio: “Eraclito depose il libro nel tempio di Artemide e alcuni affermano che intenzionalmente l’avesse scritto in forma oscura affinché vi si accostassero solo quelli che lo potevano, e un tono facile non lo esponesse al dispregio del volgo”. E la poesia, quando appare allo stesso modo oscura, lo fa intenzionalmente? Il Quaderno italiano di Poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos prova dal 1991 a illuminare il tempio e i giovani poeti che lo frequentano.

In attesa di leggere l’ultimo in uscita, nel XII Quaderno curato da Franco Buffoni, traduttore e poeta, sono 7 i prescelti tra i 28 e i 40 anni: Maddalena Bergamin, Maria Borio, Lorenzo Carlucci, Diego Conticello, Marco Corsi, Alessandro De Santis e Samir Galal Mohamed.

L’ultimo è il più giovane. Citando Buffoni, Samir prospetta che “il poeta del ventunesimo secolo/sarà figlio di lavavetri. O di chi/paghiamo per pulire. (…) sarà figlio nostro – a metà”. In realtà è accaduto già con la poesia di Umeed Ali che 10 anni fa aveva pubblicato il suo “Bilancio interiore” (Morlacchi):

Quando ho iniziato a scrivere in italiano/ sono diventato uno zingaro delle parole/ perché la lingua italiana è come il mare, / ti allontani dalla riva e diventa profonda e alta

Umeed è un poeta pakistano in Italia da 20 anni, venditore ambulante, che consiglia di “essere altruisti come alberi/ che soffrono sotto il sole/ e fanno ombra sugli altri”. Scrive nel suo italiano piano, nella sua lingua filosofica. Samir potrebbe essere suo figlio, però ha studiato e legge la poesia italiana, sa di scrivere “versi mortali come il giorno – spavalda sospensione di ragione” (dichiarazione di poetica), ci dice che:

Noi siamo il Creatore. Siamo/ i nostri figli, obbligati, i soli: originiamo/ l’universo come fratello e sorella,// espelliamo una stirpe indesiderata,/ esprimiamo un desiderio per ogni martire/ di una specie in disgregazione.// Il mistero della vita è sepolto/ nei tuoi occhi esiliati. Trafugati/ da chissà quale isola del vuoto

A Samir – in arabo “compagno della veglia” – si lega la prima poetessa del libro, Maddalena Bergamin, che parla di una condizione generazionale: “Chi ha detto che questo è il paese/ del mare non sa delle nostre giornate/ su tangenziali padane, della periferia/ latina malmessa e delle grigie ore/ che ci separano dalla vista del sole/ Non sa di come sia estranea alla nostra/ la vita che di noi si racconta”. Usa il corsivo e quando lo fa, è per i testi migliori:

È di mattina che il bambino/ per me ferocemente piange/ i suoi occhi incrostati, feriti dalla notte/ e opachi, sulle gambe corte/ e fragili e sulla voce rotta/ dall’inattività delle ore, è/ in quel momento che ogni giorno/ la sua infanzia finisce ed è più penoso/non poterla fermare

Maddalena si rivela: “Così, non alzando la voce/ per non essere scoperta,/ mi è riuscito finalmente/ di sembrare una poetessa”.

Altri autori nel Quaderno paiono, per dirla con Alessandro Carrera, “poeti impossibili”, indecifrabili. Tra questi Maria Borioche riconosce: “Anch’io vorrei smettere di dirmi/ io”, ma troppo spesso cede alla tentazione perché “la parola io è così vera”. Tanto da scandagliare un io che è soltanto il suo, che non trova eco. Alcuni versi sono davvero oscuri: “Quante piante giganti contano tutti/ anche sull’autostrada/ con un battito che spegne – non saper/ lavorare né amare?”. In alcuni passaggi sembra avvertire che sta per saltare la corrente che le porta luce: “Sono passati giorni troppo miei/ a cui parlo cortocircuito./ E i tuoi – quelli di/ lui, dell’altro, dell’altro,/ altre voci/ io di loro, loro/ di me e nessuno/ di nessuno”. John Bergernel libro “Il fuoco dello sguardo” (Coazinzola press, 2015), scrive: “Parola per parola io descrivo/ tu accetti ogni fatto/ e ti chiedi:/ che cosa vuole veramente dire?”.

Al lettore rimane la domanda: cosa vuole dire? Legittimo chiederselo. Il poeta Davide Rondoniammette che “nella oscurità di molta poesia c’è un intorbidar le acque per apparir profondi. La Borio chiede al suo lettore la disponibilità ad abbandonare qualsiasi nesso di logica o di ordine simbolico e naturalmente il lettore ha diritto a non offrire tale disponibilità e a cessare ogni possibilità di colloquio”. Ma se cessa ogni possibilità di colloquio col pubblico, a chi parlano i poeti? Nel 1994 il critico Alfonso Berardinelli pubblica un intervento in cui sostiene che

La debolezza, l’opacità comunicativa, l’oscurità o, più precisamente, l’inconsistenza semantica di molta poesia di oggi deriva dal fatto che quella piccola cerchia di lettori fa finta di capire, o accetta il fatto che non venga detto quasi niente e che non ci sia quasi niente da capire. Eliminando dal linguaggio poetico tutta una serie di funzioni linguistiche legate al significato e alla comunicazione, la poesia non corre più nessun rischio

Alcuni dei poeti “quadernati” sembrano parlarsi, a distanza, tra le pagine. Marco Corsi, ad esempio, controbatte con alcuni tra i versi più belli: “quanti gradini ho sceso verso il fondo dell’inferno/ e quanti versi ho letto come nitroglicerina/ per esportare un minimo di senso/ dalla contaminazione dell’incerto”. Marco è poeta raffinato, sa vedere: “sono apparse delle scritte sul muro/ di quando questa casa non era la nostra/ qualcuna come un graffio/ qualcuna come un segno sulla pelle/ impreciso e non circoscrivibile”, cui corrisponde “ad ogni mano un gesto ripetuto/ sopravvissuto, portato incolume negli anni/ per la sua evidente nudità/ d’aspetto o di sensazione”.

Franco Buffoni confessa che quella della Borio “è una poesia per i critici, come la Rosselli, ma per noi dei Quaderni una scommessa”, che “va contestualizzata nella tradizione dell’ermetismo, nella condizione novecentesca dell’arte che sente il bisogno di essere oscura”. Ma cosa aggiunge questa poesia alle avanguardie del Novecento? Qual è la novità ineluttabile con cui vuole farci confrontare questa poesia? È vero, l’arte ad un certo momento s’è fatta oscura di fronte alla chiarezza del corso del mondo, dinanzi alla “banalità del male”. La sfida odierna della poesia dovrebbe essere quella della limpidezza, della riduzione della complessità come lettura della realtà, un’arma alle tempie della post-verità.

Nel quaderno la stessa oscurità si presenta in Diego Conticello (che dedica la prima poesia a Fabio Pusterla, ovvero al suo prefatore…). Barocco, siculo, amante di Lucio Piccolo, inserisce questo verso nei suoi testi: “facendo le feci”, cita le “le mass(ahi)e”. L’oscurità sarà stanca di sentirsi nominare con un’accezione tanto negativa: in realtà quando è vuota, essa diventa baratro, ma se densa è uno specchio magico, e non è questo il caso: “Se un’enorme massa,/ una dell’infinita/ gragnuola/ trapassante le galassie,/ sfondasse i fragili/ veli sferici/ ad un’ora, ad un tempo preciso,/ avremmo un’altra Tunguska,/ impensati megatoni/ del tramonto”. E ancora astrusamente: “una lama di luce/ (sin tu cuerpo yo soy nada)/ tempo eterno, che sei/ tutto interno// sconvolgi morte/ nere fantàsime/ per risorgere/ nella trasparenza/ d’un fiore”. È bene segnalare, per onestà, anche versi ben riusciti che lasciano intravvedere in Conticello una radice più autentica:

Mettere le spine – se necessario -/ degnarsi/ per preservare quel poco di dolcezza/ che ci cresce in corpo.// Il frutto squisito della mente,/ la duramadre/ vista oltre la scorza

Un lettore inesperto che si trovasse ad aprire un libro di poesia, trovando prosa, ne sarebbe smarrito. Si tratta d’una questione annosa (Attilio Bertolucci pubblica il romanzo in versi “La camera da letto” nel 1984): “È la stessa differenza oggi caduta – spiega Buffoni – tra pittura e scultura”. Lorenzo Carlucci ha tuttavia il pregio di trovare una metrica musicale interna ai testi in prosa: “quell’uomo in ginocchio nel centro del prato stava regolando delle lancette. Aveva il braccio calato sotto la terra. Stava dando la carica al mondo, agli scoiattoli, ai palazzi”. È lui stesso ad avvertirci: “Non credo si possa desiderare di fare qualcosa della propria vita. Tutte le forme sono rotte. Canto”. Come ricorda anche Borges ne “L’invenzione della poesia” (Mondadori, 2001): “I poeti sembrano dimenticare che, una volta, la narrazione di un racconto era essenziale e che la narrazione di un racconto e la declamazione poetica non erano pensate come due cose distinte”. Carlucci sa quando tornare alla misura del verso: “chi non ha figli non capisce chi ha figli/ chi ha figli non capisce i figli/ chi non ha un padre cerca un padre in cielo o nei libri”.

Finalmente Alessandro De Santis, un ritrattista. “La vita le fa/ rugiada agli angoli della bocca”. Ma anche un archeologo:

Sei, i gradi di separazione/ tra un trivellatore e un centurione/ e ferri, cocci e materiali/ Si scava verso un fondo/ che fondo non è mai/ e quando il gran lavoro/ (s’)appressa al taglio-nastro,/ ossa e occhiaie vengon fuori/ e la gente scalpita,/ mescola da bere col ricordo,/ in un banchetto scomodo,/ dove il rumore di fondo è un/ ballo felice e rovinoso

Ci racconta che “gli occhi di Rachid sono/ neri come il bitume/ brulicano intenzioni/ Vorrebbe piantarti un coltello nell’orecchio/ o solo chiederti se ti serve qualcosa/ offrirti della sambuca che ti bruci la gola/ Ma tu vuoi una postazione internet/ un occhio miotico sul mondo/ Pigi i tasti nero fondente in progressione/ e senti i canti del Ramadam salire su da youtube/ come l’acqua per la pasta quando bolle”. Anche Alessandro e Samir devono essersi incrociati un giorno in uno di quegli internet point in cui immigrati inviano anche soldi in patria, o s’incontrano. Tornando a casa, Samir s’è detto: “Ti riscaldi con le parole dei poveri/ nei secoli dei secoli. Nel pieno di/ un silenzio pieno risorgi e palpiti e/ io brillo: tu dall’incarnato borghese, io dal sudore speziato”. E ora, destino, stanno vicini in questo tendone per una qualche emergenza che è sempre la poesia.

Arriverà qualcuno – un pubblico – a dar loro conforto?

Tratto da https://www.huffingtonpost.it/simone-di-biasio/chi-sono-i-giovani-poeti-italiani_a_22032419/, visitato il 25/4/2019

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Lapachos

di Maria Borio

lapachos

 

Le teste viola simmetriche
quando il freddo sul delta taglia l’atmosfera
sono i lapachos, riempiono i viali con consonanti
di labbra e petto, tolgono la l e la p dalle frasi.
Seguiamo il raccordo: le case bianche di Recoleta

e il mosaico delle villas ci uniscono in un arco.
Seguiamo il delta, l’ordine dei cani domestici,
l’uomo che li cura, imitiamo il muso nella faccia
con un’ingenuità privilegiata, così fragili e forti
che fra questi viali possiamo chiamare tutto

fantasma, popolo. Gli animali hanno maschere,
i lapachos fanno specchio alle persone –
una storia, un’immagine, un affresco,
allegoria aspra. Dai lapachos qualche fiore

attraversa i binari fra le villas e Recoleta,
attraverso un corrimano di lava vediamo
il muso di un cane dove si respira, si mangia.
Il delta è d’argento, è tutta la fragilità

che portiamo, seduti nel parco, nell’aria
sotto i lapachos che diventa colore,
la città che si svuota, l’aria viva triste
nel giorno dello sciopero generale.

Siamo fragili e forti, siamo questi alberi d’inverno,
prendiamo le facce dei cani nelle nostre,
gli occhi, scomponiamo i lapachos,
le villas adesso alcaline e viola.

Buenos Aires, 25 settembre 2018

Tratto da https://internopoesia.com/2019/04/11/maria-borio-2/, visitato il 25/4/2019

“Lo sparviero sul pugno”, guida ai poeti italiani degli anni ottanta, di Stefano Lanuzza

Il titolo del libro indica la condizione di selvaggia rarità della poesia che, al pari dello sparviero, torna per un momento, dal bosco della sua solitudine, sul pugno del critico-falconiere. Il sottotitolo Guida ai poeti italiani degli anni ottanta indica la vicenda dei poeti e dei movimenti di poesia nel corso di questi anni.
Il libro non introduce mappe ideologiche, repertori privilegiati o intempestive storicizzazioni. Espone piuttosto la prima bibliografia critica dei libri di poesia italiana più recenti, scritta senza conforrnismi, reticenze o riguardi verso opere e poeti consacrati dall’ufficialità. Le riviste, i gruppi, il cosiddetto “boom” della poesia, l’editoria undeground, le recite e le letture di versi, le antologie sono alcuni dei temi toccati dall’autore nel suo itinerario che inizia da dove si concludeva il suo precedente libro sulla poesia italiana degli anni settanta.

Estratto del libro
Queste carte non si rivolgono al cosiddetto “pubblico della poesia”, entità con tendenze ecumeniche francamente inaffidabile, né a monomaniaci cultori del “poetico”, né tampoco a un troppo blandito “utente” cui meglio si confanno altre occasioni, non escluse, a proposito di ecumenismo, le “adunate oceani che” di poesia e dei “poeti-urlatori” da Castel Porziano in poi. Questo libro (un pamphlet o un “romanzo” che, senza rinunciare al discorso sui testi, a quello di un’implicita teoria della poesia e a una panoramica sui poeti degli ultimi anni, dove, anche a scommessa o rischio e in omaggio a un bisogno d’espressione negato solo da chi per ragioni di egemonia ha interesse a negarlo, accade di dare più spazio ad autori meno noti e minor spazio a quelli più noti, i quali ben maggior campo devozionale avranno nelle tante occasioni storiografico–antologiche o nei voti di un giudizio di valore non appartenente agli scopi del presente itinerario di critica “militante”, ossia fuori moda, sconveniente o inattuale) è rivolto sopra tutto al disinteressato e svagato flàneur, se ce n’è ancora uno; a seguire il volo disperso dello sparviero della poesia, la pista e i penetracoli di un raro basilisco dagli occhi color polvere da sparo: occhi di lettore, appunto.

Trinità al bivio d’ultra poesia, di Antonio Vergoni

Trinità al bivio d’ultra poesia

Per quel giorno s’alzò anche il blu a proteggere il cuore

di quei pazzi passi d’amore

Acerbi pensieri in vena di ribellione

Alcuni assolati balconi

Alcune pene immobili

Il fragile occhio sul mondo che verrà

 

Per quella volta la decisione fu risparmio e investimento

Lo si deve al sole e solo al suo dove

se ancora quel mondo poteva essere amato

per un’importante ultima volta

al largo di quel dolce navigare

all’abbraccio di quell’Ulisse e del suo mare

Lui e lei

e il piccolo lui

Trinità al bivio d’ultra poesia

Gelosa la maga Futura albeggiava ogni tanto la sua punizione

 

Per tutto il resto

Ogni volta

Per questo e quello

Alla lettera

Alla promessa solenne

All’infinito

fino all’ultimo dolce blu cuore.

 

Antonio Vergoni

Tratto da “( Ri )partenza da Nasso” AA.VV., 2019, Senso Inverso Edizioni

 

Scritto in macchina, poesia

carmina

 

Scritto in macchina

Ruggine decorativa per un sottoponte di tutto rispetto

vecchie ruggini tra quelle rotaie

stride il perfetto suono dell’ordine

il silenzio è sospeso per minuti d’ore inesistenti

 

E dal treno a scorrere via via

occhi d’attesa nel passato

occhi crudi al giorno non concesso

volta per volta

 

Solo alla sosta si riconosce l’errore

solo e per propria ammissione

celebrava la sua stasi il viaggiatore.

 

Antonio Vergoni

Poesia pubblicata su “Carmina et Sidera”, selezione poetica dedicata a Charles Dickens, 2019, Edizioni “Il Cuscino di Stelle”

La poesia per Federico Garcìa Lorca

ecopoetry
OriginalEcopoetry

 

“La poesia è un dono…è qualcosa che va nella strada, che si muove, che passa al nostro fianco… si passa vicino ad un uomo, si guarda una donna, s’indovina il cammino obliquo di un cane e in ognuno di essi sta la poesia…

Tutti i personaggi dei miei poemi sono realmente vissuti. la cosa principale è mettere la mano sulla chiave della poesia…

quando si è tranquilli, allora zac! si apre la chiave e il poema scaturisce con la sua forma luminosa…

La poesia ci può aspettare seduta sullo scalino della porta nelle sere fredde, quando si rientra con i piedi stanchi e il bavero alto; può stare ad aspettarci nell’acqua di una fontana,  appollaiata su un fiore d’olivo, posta ad asciugare sulla tela bianca d’un terrazzo…

Poesia tratta da: https://www.libriantichionline.com/divagazioni/federico_garcia_lorca_ballata_acqua_mare

Ballata dell’acqua del mare (Libro de poemas, 1919)

Il mare
sorride in lontananza.
Denti di spuma,
labbra di cielo.

Cosa vendi, fosca fanciulla,
con i seni al vento?
Vendo, signore, l’acqua
dei mari.

Che cos’hai, giovane negro,
mescolato al sangue?
Porto, signore,
l’acqua dei mari.

Queste lagrime salmastre,
da dove vengono, madre?
Piango, signore,
l’acqua dei mari.

Cuore, e questa amarezza
profonda, da dove nasce?
Quanto è amara l’acqua
dei mari!

Il mare
sorride in lontananza.
Denti di spuma,
labbra di cielo.

Da Wiki:

García Lorca viene fucilato a 37 anni da militanti del movimento politico CEDA all’alba del 19 agosto 1936[2] perché socialistaomosessuale e massone[6][7] e gettato in una tomba senza nome a Fuentegrande de Alfacar nei dintorni di Víznar, vicino a Granada.

 

“Per un poeta”, poesia di Evgenij Abramovič Baratynskij

ecopoetry
Original Ecopoetry 

La natura e la sua vita erano un solo respiro:

capiva il balbettio del ruscello,

e comprendeva la parlata delle foglie e degli alberi,

e sentiva il vegetare delle erbe;

gli era chiaro il libro delle stelle

e l’onda del mare parlava con lui.

 

Tratto da Wiki : Le liriche scritte da Baratynskij negli anni Trenta esprimono generalmente delicati sentimenti, a volte con un fondo di malinconia, espressi nello stile brillante e classico del secolo precedente. Con il tempo, la malinconia si accentuò, fino a raggiungere il pessimismo filosofico degli ultimi anni. Egli vi esprime la convinzione che l’umanità si allontani sempre più dalla natura, e che il mondo futuro, industrializzato e inteso agli affari, porterà «la felicità e la pace universale acquistate a costo della perdita di tutti i valori più alti della poesia»: con questa perdita, però, l’umanità finirà con il perdere se stessa, estinguendosi «per impotenza sessuale. Allora la terra tornerà alla sua maestà primeva».

Da Parma al Canada: il grande salto della cannabis EasyJoint

Tratto da: https://parma.repubblica.it/cronaca/2018/11/16/news/da_parma_al_canada_il_grande_salto_della_canapa_easyjoint-211793283/
Da Parma al Canada: il grande salto della cannabis EasyJoint

Il fondo di investimento Lgc Capital investe 4,8 milioni nell’azienda parmigiana

Il fondo di investimento internazionale Lgc Capital di Toronto è entrato in EasyJoint, società attiva nel settore della cannabis light made in Italy fondata dal parmigiano Luca Marola.

Lgc Capital ha sborsato 4,8 milioni di euro per il 47% di EasyJoint. Si tratta (fra contanti e azioni) del più grande investimento mai avvenuto nel settore della cannabis light e della canapa italiana.

“La trattativa è iniziata a marzo e si è conclusa sabato scorso con l’ingresso di una realtà importante nel mercato italiano. Stiamo lavorando anche per portare i negozi in Canada” conferma Marola.

Che adesso pensa al mercato della cannabis terapeutica, con un alto valore di Thc. Easyjoint conta circa 450 punti vendita e negli ultimi 10 mesi ha registrato un volume di vendite di circa 4 milioni di euro a conferma del boom del settore.

In Italia, tuttavia, dopo il provvedimento del precedente Governo sul riconoscimentpo della produzione e del commercio della arijuana light, il rischio è che parte del Governo faccia un passo indietro.

John McMullen, ceo di Lgc Capital: “EasyJoint rappresenta una opportunità di investimento significativa per noi. E l’Italia, con una popolazione di 60milioni di abitanti, è uno dei mercati chiave in Europa”.

L’avventura imprenditoriale di Marola è iniziata a Parma 18 anni fa con il negozio Canapaio Ducale: “È stato uno dei pionieri del fenomeno dei grow shop in Italia. Aprendo nel settembre del 2002 siamo uno tra i più antichi negozi di settore ancora in attività. Il mercato della cannabis light, i fiori di canapa a basso contenuto di Thc, è nato proprio a Parma e nel Canapaio Ducale”.

“Grazie all’esperienza quasi ventennale e alla conoscenza del settore – ha raccontato a Repubblica Parma – abbiamo concepito un prodotto che è, dopo 14 mesi dal lancio, rivoluzionario. Con la cannabis light abbiamo creato un fenomeno sociale, di costume, mediatico, agricolo, commerciale e imprenditoriale gigantesco. EasyJoint, il nostro marchio di cannabis light, che ha sede a Parma, sta compiendo una rivoluzione culturale impensabile fino all’anno scorso. E tutto questo serve a preparare l’opinione pubblica all’auspicabile legalizzazione e regolamentazione della cannabis. Come è avvenuto già in molti stati Usa ed Uruguay e come in Canada”.

Una circolare del ministro Salvini bandisce la Cannabis Light con THC oltre lo 0,5%

 

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Quindi è da sequestrare la Cannabis Light che non risponda al requisito appena stabilito ed è da trattare come stupefacente. Il tutto con precise responsabilità da addossare a chi la dovesse commercializzare materiale con principio psicotropo THC oltre la soglia indicata. È un vero e proprio vademecum per le Forze dell’Ordine espresso in una circolare del ministero dell’Interno dove il capo dicastero Matteo Salvini bandisce la Cannabis Light con THC oltre lo 0,5% etichettandola come stupefacente.

Un provvedimento emanato il 31 agosto ma reso pubblico solo l’11 settembre e che potrebbe stare alla base anche della rinnovata ondata di controlli operate dalle forze di polizia.

Anche se c’è da considerare che proprio all’esplodere del fenomeno Cannabis Light-Legale, polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza hanno amplificato le loro azioni per comprendere appieno cosa fosse coltivato e venduto sotto quella etichettatura e con la temporanea dicitura “uso tecnico”.

Purtroppo le “zone grigie” lasciate dalla Norma oggi lasciano troppo spazio all’interpretazione di molti passaggi, da qui anche l’alzarsi del polverone e delle azioni.

Sequestri numerosi in quest’ultimo anno, conclusisi praticamente sempre con assoluzioni, come specificato da Luca Marola fondatore di EasyJoint.

Casi-esempi citati anche nella lista delle azioni di controllo e sequestri inserita nella stessa circolare ministeriale, ne compaiono alcuni in cui le analisi hanno evidenziato valori superiori a quanto adesso indicato nella circolare (0,58% di THC in 18,2 chili di infiorescenze sequestrate l’8 febbraio a Ponte Chiasso, vicino al valico autostradale Como-Brogeda: materiale dichiarato sotto profilo tecnico amministrativo come non commercializzabile “ricadendo anche se solo formalmente nella definizione del D.P.R. 309/90“).

Da considerare che la norma italiana stabilisce la concentrazione di THC a un massimo dello 0,5% oltre il quale la cannabis deve essere considerata alla stregua di un qualsiasi altro stupefacente.

Gli esempi elencati in circolare sono dieci e in uno viene menzionato l’episodio del 30 marzo 2018 ad Avellino: sequestro di 2,6 chili di infiorescenze suddivise in bustine all’interno di un’azienda di commercializzazione. La titolare del negozio è stata denunciata per violazione dell’articolo 15, commi 5 e 82 del testo unico 309/90. Secondo quali presupposti?Come scritto dal ministero riportando il rapporto del Nucleo di Polizia Economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Avellino, la legge 242/2016 disciplinerebbe “esclusivamente la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa e non già la libera commercializzazione delle infiorescenze della stessa, anche se risultino contenere un principio attivo in linea con quanto stabilito dal legislatore.

La legge 242 prescrive come limite per la concentrazione di THC la soglia dello 0,2%, ma (semplificando il concetto) questo viene innalzato fino allo 0,6% per non addossare alcuna responsabilità al coltivatore-canapicoltore dovuta a processi naturali di coltura (quindi, non per consentire la commercializzazione del prodotto).

Sul contenuto della circolare con la quale Salvini bandisce la Cannabis Light con THC oltre lo 0,5%

L’impostazione più restrittiva viene appunto applicata proprio all’intero comparto del commercio che ha a che fare con la Cannabis Light-Legale, quindi dai grossisti ai negozianti. Pugno duro sul prodotto che non dovesse rispettare i limiti e, ancora di più, non dovesse derivare da varietà di Canapa industriale certificate secondo l’apposito catalogo europeo. In questi due casi deve essere considerata come stupefacente e applicato quanto previsto dal testo unico 309/90.

Sanzioni da far rientrare in quella che è la normativa antidroga.

Quelli che la circolare evidenzia sono in particolar modo quei casi in cui i prodotti vengono venduti per essere fumati o dove sia facile questo equivoco, tanto che il testo sottolinea come l’infiorescenza non può essere piazzata sul mercato “per consumo personale attraverso il fumo o altra analoga modalità di assunzione.

Non si parla solo di infiorescenze, ma anche di oli e resine e qualsiasi altro prodotto derivato dalle prime.

Secondo il dispositivo emanato dal Viminale, le infiorescenze della canapa con concentrazione superiore allo 0,5% rientrano tra le sostanze stupefacenti. Le forze dell’ordine possono procedere al sequestro “sulla base dell’esito positivo del narcotest”.

Per i commercianti, oltre al naturale sequestro della merce, è prevista la denuncia a piede libero. In aggiunta è stata disposta anche la segnalazione al Prefetto dei consumatori, coloro che vengono trovati nei negozi ad acquistare Cannabis Light o trovati anche fuori con questo prodotto.

Le reazioni

Quel che adesso sta accadendo spinge le diverse realtà del settore a chiedere urgentemente un incontro con i vertici dello stato e i capi dicastero coinvolti per competenza.

“Auspichiamo un incontro da cui possano nascere delle linee guida su produzione e messa in commercio delle infiorescenze – ha detto a La StampaBenedetto Croce, presidente di FederCanapa – Fenomeno che per l’intero settore agricolo è oggi vitale ossigeno”.

“Bene risolvere il problema del fumo – ha sottolineato Margherita Baravalle, presidente di Assocanapa – ma si deve affrontare subito il problema degli altri prodotti, come alimenti, cosmetici e oli”.

Tratto da http://www.canapaoggi.it/2018/09/12/una-circolare-del-ministro-salvini-etichetta-come-stupefacente-la-cannabis-light-con-thc-oltre-lo-05/, visitato il 2 novembre 2018

“Al di là”, poesia di Andrea Zanzotto

 

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Al di là tu falci e componi
Le gentil somiglianze dei fiori
Al di là non è sazia
Mai la tua fame di bambina
Ed hai la mela e il ghiaccio vegetale,
là ti punge al polso la tua bussola
per indicarti la stella
ch’è il tuo vero gemello;
perché tu possa conoscere
colli piccoli come noci
per i tuoi denti giocosi,
soli come voli di vespe
e parole che suonano come monete;
e tu prepari al vento l’ora
delle più grandi altezze
delle più vivide seminagioni
delle tue visite che innamorano
È per te che la gioia dei paesi
Liberamente va imitando
I tuoi semplici atti;
e per te questa terra non è
che un mite minuto satellite
che ben sa dove si dirige.

Tratto da “Dietro il paesaggio”,1951, Andrea Zanzotto

https://www.cinquecosebelle.it/cinque-belle-poesie-di-andrea-zanzotto/

 

EcoPoesia. “Su maiali della Civiltà Occidentale mangiate più grasso”, Allen Ginsberg

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Mangiate Mangiate più Lombo venato più maiale

con sughi!

Ben unti i condimenti, friggete il pollo

in olio bollente

Portatelo gocciolante in grigie lande, innevate

Di sale

Agnellini avvolti di menta arrostiti a schidioni

contornati di patate arrosto intrise di salsa burrosa,

medaglioni di vitello al burro in cremosa saliva,

manzo ben imburrato, accanto a montagne scintillanti

di patate fritte

Stroganoff in salsa bianca piccante di panna acida, cotolette

inzuppate di olio d’oliva,

circondate d’olive, formaggio feta salato, cui segue

Roquefort e Bleu e Stilton

e sete

di vino, Birra Cocacola Fanta champagne

pepsi retsina arak whiskey

vodka

Ahh! Attento agli attacchi cardiaci, ingoia

più pillole contro l’angina

ordina un piatto di Bratwurst, wurstel fritti,

un paio di miliardi di burger Wimpy’s o MacDonald

sulla luna e rutta!

Sale su quelle patate fritte! Butta cipolle

e funghi impanati persino zucchini

in  padella – Hot Dog!

Dimentica i fagiolini, qualche carota ogni giorno

una mini cucchiaiata di riso salato

basterà, disponi il piatto con grazia;

buttaci sottaceti, crauti in salamoia

controllati il colesterolo, prendi una pillola

e ordina un krapfen con zucchero e Crema, ingozzane due sotto la cintura taglia 58

Svieni nel vomitorium torna indietro tossisci

rigurgita file di panini ancor masticando

pastrami al delicatessen da Katz

Tornato in centro Europa e ingurgita Kielbasa

a Lodz

ingoia salame a Monaco sciacqualo giù con birra, Leberwurst

su pumpernickel a Berlino, formaggio grasso in

bianco ben bene imburrato

dai esempio di come sviluppare le nazioni, sale,

zucchero, grassi animali, caffè tabacco Schnapps

Cadi morto più in fretta! Fai spazio a

lavoratori ospiti cinesi con alieni

butti di soia cavolo verde e riso!

Africani Latini con riso e fagioli e scodella di calabash

Restan magri e stanno in tanti appartamenti per classe

Operaia mangiomane-

 

Non come la gran cucina occidentale ricca in proteine

Cancro infarto ipertensione sudore

Fegato ingrossato e splenomegalia

Diabete e apoplessia –monumenti a carnivore

Civiltà

Che al momento assassinano Belfast

Bosnia Cipresseo- Cipro Nagorno- Karabah Georgia

Impostano lettere-bomba d’amore a

Vienna o dan fuoco a case

In Germania Est- fatti un altro caffè,

ecco un sigaro.

E questo è un piatto di millefoglie al cioccolato,

te lo meriti.

 

Atene, 19 dicembre 1993

 

Tratto da “Papà respiro addio”, Allen Ginsberg, 1996, Il Saggiatore Milano

EcoPoesia. Madre Terra: Le Sue Balene, di Gary Snyder

Un gufo strizza l’occhio nell’ombra
Una lucertola si alza sulle zampe, la gola palpitante
Un giovane passero allunga il collo,
testa grossa, osserva –

Le erbe al lavoro sotto il sole. Fate che sia verde.
Fate che sia dolce. Perché possiamo mangiare.
Crescere la nostra carne.

Il Brasile dice “utilizzo esclusivo delle Risorse Naturali”
Trentamila specie di piante sconosciute.
Il popolo vivo e vero della giungla
venduto e torturato –
E un robot incravattato che smercia un’illusione chiamata “Brasile”
può parlare per loro?

Le balene si girano lucenti, si immergono
si lasciano andare e riemergono,
Sospese sopra profondità indefinite sempre più scure
Fluenti come pianeti che respirano
in vortici brillanti di
luce viva –

E il Giappone lì a cavillare su
quali specie di balene è lecito ammazzare?
Una nazione dal luminoso passato Buddhista
lì a sbrodolare metilmercurio
come gonorrea
in mare.

Il Cervo di Père David, l’Elaphure,
Viveva nei giuncheti fangosi del Fiume Giallo
Duemila anni fa – e fu sfrattato dal riso –
Le foreste di Lo-yang tagliate, limo e
Sabbia fluiti a valle, tutto già sparito, dal 1200 d.C. –
Le Oche Selvatiche nate in Siberia
vanno a sud sorvolando il bacino dello Yang, dello Huang,
quella che chiamano “Cina”
Su rotte usate da un milione di anni.
Oh Cina, dove sono le tigri, i cinghiali,
le scimmie,
come le nevi d’altri tempi
Spariti nella nebbia, in un lampo, e la terra secca e dura
Fa da parcheggio a cinquantamila camion.
È l’uomo la più preziosa fra tutte le cose?
– e allora amiamolo, con i suoi fratelli, tutti quegli
Esseri viventi che scompaiono –

Nord America, Isola della Tartaruga, conquistata da invasori
guerrafondai del mondo.
Che insorgano formiche, abaloni, lontre, lupi e cervi!
E tolgano i loro doni
alle nazioni robot.

Solidarietà. Il popolo.
Il Popolo Ritto degli Alberi!
Il Popolo che Vola degli Uccelli!
Il Popolo che Nuota del Mare!
Il popolo a quattro gambe, a due gambe!

Come possono scienza-politici mangia-potere teste-di-piombo
Governo due-mondi Capitalista-Imperialista
Terzo-mondo Comunista maschio ammucchia-carte
Non-contadino jet-set burocrati
Parlare per il verde della foglia? Parlare per la terra?

(Ah Margaret Mead… sogni qualche volta Samoa?)

I robot discutono su come lottizzare nostra Madre Terra
Farla durare un po’ più a lungo
come avvoltoi che starnazzano
Ruttando, gorgogliando,
vicino a una Daina morente.
“Laggiù nel prato giace un cavaliere ucciso –
Voliamo su di lui e mangiamo i suoi occhi
trallallero trallallà.”

Un gufo strizza l’occhio nell’ombra
Una lucertola si alza sulle zampe
la gola palpitante
Le balene si girano lucenti
si immergono
Si lasciano andare e riemergono
Fluenti come pianeti che respirano

In vortici brillanti

Di luce viva.

(Stoccolma: Solstizio d’Estate 40072)

Tratto da “L’isola della tartaruga”, Gary Snyder, 2004 Nuovi Equilibri edizioni

Tatoo, rito da marinai

Fu il Capitano Cook durante i suoi viaggi in Pacifico a scoprire l’antica pratica polinesiana di decorare in modo permanente il corpo con disegni.

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Il tatuaggio, cioè l’arte di decorare il corpo in maniera permanente, è una pratica che risale all’alba della civiltà, conosciuta già presso gli Egiziani, i Romani e i Celti. Non di meno queste rappresentazioni erano diffuse al di là degli oceani, presso le popolazioni neozelandesi e polinesiane, dove peraltro hanno raggiunto forme assai raffinate sia a livello artistico che simbolico. La scoperta di queste pratiche tribali nel Pacifico si deve all’esploratore inglese James Cook che approdò a Tahiti nel 1769 a bordo del brigantino a palo HMS Endeavour.

Becchi di uccello e denti di squalo come aghi

Fu proprio durante il soggiorno sull’isola, osservando le usanze degli indigeni, che Cook trascrisse per la prima volta la parola tattow, poi diventata “tattoo” con cui gli anglosassoni definiscono il tatuaggio. Il termine derivava dal polinesiano tau-tau, onomatopea che richiamava il rumore del picchiettare del legno sull’ago usato per incidere la pelle. Dagli appunti di Cook sappiamo infatti che i polinesiani impiegavano una sorta di bisturi artigianale composto da un manico di legno, al quale veniva fissata una punta che poteva essere il becco o l’artiglio di un uccello, il dente di un pescecane o una conchiglia affilata. Questo bisturi arcaico veniva quindi battuto tramite un’altra bacchetta per incidere la cute e introdurre il colore, in genere ottenuto dalla polpa lavorata delle noci di cocco oppure dal carbone diluito in acqua.

 

Un rito di passaggio all’età adulta

I disegni incisi, che arrivavano a coprire tutto il corpo (anche la faccia per gli uomini e le natiche per le donne), erano forme geometriche semplici, i cosiddetti tribali: curve, cerchi, spirali, linee e punti, le stesse utilizzate per decorare le capanne, i vasi o le canoe. Il tatuaggio aveva un valore quasi “sacrale”. Essere tatuati significava passare all’età adulta, essere potenti e valorosi. I tatuaggi rappresentavano anche lo stato sociale, quelli più complessi erano riservati ai capi e alle loro famiglie e ogni uomo tatuato si considerava più vicino a una divinità. Apartire dalla spedizione di James Cook la pratica del tatuaggio delle tribù del Pacifico si diffuse tra i marinai e furono proprio gli equipaggi reduci dai viaggi intorno al mondo che riportarono tra il XVII e XVIII secolo questa pratica in Europa che dopo il Medioevo era stata bandita dal papato.

Credenze e superstizioni a bordo dei velieri

È naturale poi che il tattoo, già di per sé fortemente simbolico, a bordo delle navi si intrecciasse a credenze e superstizioni tipiche della tradizione marinaresca. Per esempio spesso si mescolava l’inchiostro con la polvere da sparo perché si riteneva che questa prolungasse la vita. E ancora i naviganti che partivano per una lunga traversata si tatuavano una prima volta nel porto di partenza, quindi una seconda nel porto di arrivo e infine una terza volta tornati nel porto di partenza. Avere tatuaggi in numero pari significava quindi essere lontano da casa e in balia degli eventi e portava sventure. Secondo vecchie leggende, chi avesse avuto il coraggio di farsi tatuare un veliero sul petto sarebbe diventato un ottimo gabbiere (addetto alle manovre delle vele di gabbia), uno squalo avrebbe tenuto invece lontani questi animali in caso di naufragio; un gallo su un piede e un maiale sull’altro avrebbero preservato il marinaio dall’annegamento.

 

Un crocefisso sulla schiena evitava le frustate

Per coloro che avevano attraversato l’Equatore esisteva un tatuaggio speciale (una tartaruga rovesciata), detto Line Crossing, mentre per ogni 5.000 miglia di navigazione una rondine veniva tatuata sul petto come segno distintivo. Infine si riporta la pratica diffusa tra le ciurme dei vascelli del 1800 di tatuarsi un crocefisso sulla schiena al fine di evitare la frequente punizione della frusta: nessun ufficiale si sarebbe infatti macchiato di sacrilegio colpendo l’immagine sacra. Al di là delle superstizioni, che in parte resistono anche oggi tra i naviganti, il tatuaggio a tema marinaresco (rose dei venti, sirene, mostri marini, vascelli, etc.) è ancora molto apprezzato perché conserva un alone di mito legato al viaggio e all’avventura.

Tratto da:

http://www.davidingiosi.com/tatoo-rito-da-marinai/

L’imperativo ecologico di Gary Snyder

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Il fuoco e l’haiku: l’ecologia profonda di Gary Snyder

In una raccolta di saggi e interventi curati da Chiara D’Ottavi, il precursore del bioregionalismo e Premio Pulitzer, Gary Snyder, spiega come la tutela del territorio passi attraverso una conoscenza profonda delle sue dinamiche evolutive e come la poesia giapponese possa racchiudere la complessità del nostro ecosistema.

Il fuoco e l'haiku: l'ecologia profonda di Gary Snyder

La storia umana, con i suoi linguaggi e le sue migrazioni, è come un’antica foresta di detriti, vecchi e nuovi, mescolati insieme, di vecchi risentimenti riciclati, di vecchie ricette riscoperte e di mitologie perenni che si mostrano, trionfanti, e impudenti, sul palcoscenico. L’‘imperativo ecologico’ dev’essere provare a vedere, quale che sia la crisi attuale di cui siamo parte, come questa stessa crisi appartenga a dei meccanismi più ampi e più antichi. Si tratta altresì di un imperativo che onora la diversità della specie, dei linguaggi e delle tradizioni. Così Gary Snyder, poeta ispiratore della Beat Generation e Premio Pulitzer nel 1975, rilancia l’impegno alla protezione del pianeta attingendo direttamente all’energia interna dell’ecosistema. L’invito è contenuto nella raccolta di saggi e interventi dal titolo Ritorno al Fuoco: Ecologia profonda per il nuovo millennio (Coniglio Editore, 2008), curato e tradotto in modo pregevole da Chiara D’Ottavi, la quale ha intervistato personalmente Snyder nella sua casa alle pendici della Sierra Nevada californiana (l’intervista è acclusa in appendice al libro ed è apparsa in versione ridotta all’interno del mensile La Nuova Ecologia, gennaio 2007).
La proposta del poeta americano, nato a San Francisco, classe 1930, consiste nel riscoprire la specificità del territorio che abitiamo unitamente alle antiche maniere ‘selvatiche’, che insegnano a vivere in equilibrio con l’ambiente e soprattutto con la sua spontanea, spesso imprevedibile, storia naturale. La straordinaria rilevanza del fuoco nella storia delle foreste della California mostra bene come la sostenibilità debba essere valutata anche in termini di intatta qualità delle terre e di varietà biologica. In passato gli ecosistemi riuscivano ad adattarsi completamente e a recuperare qualsiasi condizione, malgrado invasioni di insetti, incendi e raffiche di vento. Anzi, le culture native della California apprezzavano il fuoco come strumento ed amico e ogni anno bruciavano la boscaglia per tenere i boschi e le gole puliti e curati.
Per questo, oggi, insistere nel rimboschimento o sul taglio degli alberi commerciabili è una scelta dettata da criteri di produttività economica, piuttosto che dalla comprensione del ciclo delle foreste selvagge: “Fa star male vedere come le varie amministrazioni senza cognizione abbiano usato la paura del fuoco per distorcere le politiche pubbliche promuovendo più sfruttamento, più industria e più leggi restrittive. È l’esatto parallelo dell’uso del ‘terrorismo’ al fine di alterare i valori americani e aggirare la nostra Costituzione, giustificando così una politica estera aggressiva e il continuare a proporre quella fantasia malata che è l’impero globale americano”. La proposta di Snyder è, invece, quella di imparare a rispettare la vita di una foresta e quindi di apprendere l’uso del fuoco praticando incendi moderati con le condizioni propizie e i tempi opportuni. In questo modo si tornerebbe ad avere foreste che siano un mix di alberi maturi e di tutte le età, puliti e al sicuro dal pericolo di incendi gravi. Si tratta di coltivare una forma selvatica di nonviolenza e di rispetto per la natura intera, due precetti silenziosamente presenti nella tradizione giapponese dell’haiku, di cui Snyder si è reso erede negli anni trascorsi in Giappone per approfondire la filosofia buddhista. Rivendicatore appassionato, con Ginsberg e Kerouac, della libertà di espressione, Snyder sostiene l’importanza di “manifestare in noi stessi e nel nostro lavoro l’integrità del selvatico”.
In questo la poesia può essere di grande aiuto, poiché dischiude nuove visioni del mondo e dà voce alla complessità degli ecosistemi, compresi quelli urbani e contemporanei. Basta saperli interpretare, conoscere e amare. Perciò i saggi che compongono il volume intrecciano costantemente percorso autobiografico, suggestioni poetiche e passione per il territorio. Solo attraverso una combinazione sapiente e coraggiosa di tali elementi possiamo apprezzare a fondo il significato del messaggio di Snyder, per nulla riducibile alla retorica del buon selvaggio. Il poeta non auspica, infatti, nessun regresso, né si lascia andare a nostalgiche rievocazioni; piuttosto ribadisce la necessità, sempre più attuale, di “una nuova religiosità che abbracci la natura e che non abbia paura della scienza; di leader economici che conoscano e accettino i limiti ecologici e spirituali, di leader politici che passino parte del loro tempo a lavorare nelle scuole, nelle fabbriche o nelle fattorie agricole e che magari (almeno alcuni di loro) scrivano ancora poesie”. Ma attenzione a riconoscere un buon haiku dalla misura e dalla qualità dell’espressione.
Tratto da http://www.ilcambiamento.it/articoli/ritorno_fuoco_gary_snyder

EcoPoesia: “Bucaneve” di Alice Oswald 

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Pallida e languente una ragazza, capo chino, cuore infranto,
la cui forma ondeggia e trema in uno scialle
di finissima lana bianca, è apparsa improvvisamente
nei boschi umidi, lieve e muta come nevicata.
Lei non può durare, Lei non ha affatto forza ,
ma si china e si scuote come se fosse stata in piedi tutta la notte
su un piede nudo, confidandosi con la luce della luna.

Una mattina tra diverse centinaia di fantasmi dagli occhi chiari
che si alzano nel freddo e lampeggiano e ruotano
in quegli emblemi tremanti di gelate notturne,
lei porta con sé il suo cuore bruciato in un’urna
di cenere, che apre a rievocare il lutto,
non avendo altro sfogo per esprimere
la sua percezione di fiore di campo della dolcezza ferita.

Sì, lei non è più ora che una goccia di neve
su un gambo verde – il suo nome è ormai la sua vocazione.
La sua mente è solo un gelido composto di bagliore
d’acqua gonfia al punto di cadere
che magari non ha alcun significato. Non si può dire.
Ma quello è una bellezza, che un grande potere
di tenacia tenuta intatta è ora in fiore.

Alice Oswald (1966, poetessa inglese esponente dell’Ecopoesia)

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Alice Oswald è nata a Reading, Regno Unito, nel 1966. Oggi vive nel Devon con suo marito e tre figli. Dopo la laurea in Lettere classiche presso l’Università di Oxford, ha intrapreso la professione di giardiniere. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: The Thing in the Gap-Stone Stile (1996), Woods etc. (2005), Weeds and Wild Flowers (2009) con illustrazioni di Jessica Greenman.

Poesia tratta da https://lasfingesenzaenigmi.wordpress.com/2013/04/22/lei-porta-con-se-il-suo-cuore-bruciato-in-unurna-bucaneve-ed-ecopoesia-di-alice-oswald-nella-giornata-della-terra/; visitato il 22/10/2018.

Avvisaglie lontane sintomatiche e villane

di Antonio Vergoni

 

Avvisaglie lontane sintomatiche e villane

di fortune alterne a valli incatenate e a scrigni rubati bruciati e marciti

al fondo di quelle sirene d’ inquieto e sconosciuto animo

stanno giacenti in giacigli di compatimenti e di compatiti

e annuvola sempre più la mano tesa d’aiuto fraterno

e piove alterno di quarto d’autunno, d’un miglio profumo d’estate e in dolce primavera

 

Pazzi gli schiavi e i loro fratelli seppelliti

il lavoro vi renderà polvere e non saranno sufficienti straordinari o apocalittici

quei pallidi soli di ferie pagate

Poveri Padri Pasoliniani pietrificati dopo decenni di visioni

umili agli specchi alla pietà e ai loro figli poche lacrime e troppo sensibili

patriarchi remoti e capi clan futuri

guanti ancor troppo morbidi

per sfide così

 

I figli vedranno solo la luce della lotta

saranno orgogliosi della calca del loro Ulisse Pieno Di Grazia

Quei figli ora tanto impauriti dal mondo sconvolto dalla sua fine

quei fogli non scritti accetterebbero anche dettagli di ritagli saggezze di dopo lavoro ma è già notte

P..P..P..

Poeti

Patriarchi

Piovono soli all’alba.

  • Poesia finalista seconda edizione del Premio Letterario  2018 ” E” meglio scrivere “, Associazione I.C.S., Roma.

 

 

 

Canapa, Gary Snyder

snyder

 

a Michael Aldritch

Strisce di ghiaia, argini di fiumi, squarci

dei ghiacciai,

morena sanata e nutrita –

alte piante di canapa seguivano l’uomo

letamaio       ammasso      cespugli tagliati per fare strada

per legare le some e alleggerire la mente

i Mori di Spagna, dalla Spagna

nel letame di cavalli

e nella paglia, attraverso il mare

e su, dal Messico

una bianca nuvola sottile, assai lontana.

ci sediamo e aspettiamo, per giorni,

e preghiamo per la pioggia.

 

Tratto da “L’isola della tartaruga”, Nuovi Equilibri, 2004

Dalla parte del tempo perduto

Dalla parte del tempo perduto

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Mi piace
l’odore nell’aria che giace
al di là della pioggia,
mi piace
serrare le labbra tra i denti
e sentire quel brivido caldo
sostare indeciso
tra l’una e l’altra parte di me
e quando saprò dove andare
capirò
perché sono passata da qui
da dietro l’angolo – dove
non importa di questi anni
né di cosa sono stati
perché è chiaro adesso
che io sto
dalla parte del tempo perduto.

Tratto da: https://seidicente.wordpress.com/2015/09/18/dalla-parte-del-tempo-perduto/

Breve storia del tatuaggio italiano

 

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Dalla riproduzione delle stimmate del santo allo storico studio Fercioni a Brera

di Matteo Bassi

Nel Libro V delle sue “Storie” Erodoto scrive che: “portare sulla pelle dei tatuaggi è considerato segno di nobiltà, non averne è prova di ignobiltà”. Nel nostro presente condividiamo appieno tale pensiero, ben sapendo che nel corso dei secoli non è sempre stato così…

 La storia del tatuaggio italiano potrebbe essere considerata infatti un romanzaccio di una qualche centinaia di pagine scritte fitte, tra il noir, il gotico e quel genere d’indefinita bellezza che nasce sotto il nome di beat generation. Per certi versi la storia del tatuaggio italiano è poesia allo stato puro, per le rime di colori, le assonanze di simbologie e le sinestesie che ne costituiscono il dna fondante. Partiamo subito da un dato di fatto: non esiste e non esisterà mai scrittore al mondo capace di catturare tutta quanta la magia che sta alla base di cotanta vastità e bellezza. Del dolore, del perché ci si tatui, delle morti, dei voti, degli amori e della fede verso un’entità superiore che stanno alla base di un qualsiasi tatuaggio fatto con cognizione di causa in ogni secolo della nostra storia. Purtuttavia proviamo con sintesi ed infinita passione a mettere un poco di ordine in merito. Siete pronti per questo viaggio fantasmagorico nella breve storia del tatuaggio italiano? Bene, allacciate le cinture, rilassatevi e godetevi ogni parola dall’inizio alla fine.

LORETO, 10 DICEMBRE 1292: I TATUAGGI RELIGIOSI

Una leggenda tramandata nel corso dei secoli narra che la notte del 10 dicembre 1292, durante il papato di Bonifacio VIII, la Santa Casa della Vergine Maria, per sfuggire alla persecuzione dei turchi, venne sollevata in volo dagli angeli e da Nazareth, giunse in un bosco di allori. Proprio dove si era posata la casa, successivamente, venne edificato il Santuario di Loreto. Vicino a Loreto vi è il convento di Sirolo, fondato da San Francesco.

La storia narra che l’origine del tatuaggio religioso di Loreto, sia nata come un tentativo di riprodurre le stimmate di San Francesco sui fedeli; essi venivano fatti sui polsi o sulle mani stesse. Si trattava di figure molto semplici: motti, simboli della passione e dello Spirito Santo, cuori. A quel tempo i tatuatori erano definiti “marcatori”, lavoravano in banchetti per le strade e i loro cataloghi erano piccole tavolette di legno sui quali erano incisi i loro soggetti e che venivano usate come stampini.  Esempi di tatuaggi dell’epoca sono quelli delle spose che si tatuavano il simbolo dello spirito santo e delle vedove che si tatuavano la scritta “Memento Mori” con sotto il nome del marito defunto.  In quest’epoca storica il tatuaggio era conosciuto, apprezzato e condiviso. Esso faceva parte della cultura popolare. Poi le cose nel corso dei secoli cambiarono.

IL TATUAGGIO COME SIMBOLO DEL DISPREZZO

Nel corso dell’800 entra in ballo la scienza e tra tutte le dinamiche e i fenomeni presi in esame non puo’ certo mancare all’appello il tatuaggio. L’equazione è molto semplice ma allo stesso tempo terrificante: il tatuato viene accomunato ad un essere primitivo e di conseguenza viene confinato all’esterno dell’idea di progresso. La famosa marginalità che per più di un secolo è stata associata all’idea di tatuaggio nasce da tale considerazione. A calcare la mano ci si mette l’antropologo criminale Cesare Lombroso, il quale nel suo saggio “L’uomo delinquente” (1896) identifica marginale, selvaggio e delinquente l’uomo tatuato. Lombroso è categorico, ma le sue tesi, esaminate in prospettiva storica appaiono indimostrabili. Esse sono infatti fondate su stereotipi e luoghi comuni. Non vi sono infatti né categorie scientifiche né dati empirici ad avvallarle. Buona parte dei preconcetti sulla cultura del tatuaggio la dobbiamo ai luoghi comuni che come un virus infernale, dalle pagine di Lombroso si sono insediate nella cultura popolare facendo in modo che una persona tatuata venisse guardata con sospetto e giudicata a priori. Ma per fortuna, dalla metà degli anni ’70 le cose sono cambiate.

IL RINASCIMENTO DEL TATUAGGIO ITALIANO

Il Rinascimento del tatuaggio italiano lo si deve ad un manipolo di eroi: Gian Maurizio Fercioni e Mino Spadaccini a Milano, Marco Pisa a Bologna, Geppy Rondinella a Roma, Maurizio Fiorini a Firenze. Sono stati loro i pionieri, quelli coraggiosi che hanno sfidato i luoghi comuni e che hanno fatto una scelta che se oggi appare una possibilità, all’epoca si trattava di un qualcosa di rivoluzionario: scegliere di fare il tatuatore di mestiere, aprire un negozio.  Gente che ha dovuto uscire dall’Italia per imparare, vivere e sognare di fare il tatuatore: nello studio di Herbert Hoffmann ad Amburgo, da Tattoo Peter ad Amsterdam ad esempio. Gente che ha amato e continua ad amare così voracemente la cultura tattoo da impedire per molto tempo che tale cultura divenisse popolare. Essa doveva essere per pochi eletti, i più temerari, quelli con “le palle”. Ci è capitato più volte di visitare lo studio di Fercioni in zona Brera a Milano: si sente il cuore battere forte e la pelle scottare. Varcare la soglia dello studio di tatuaggi di un pioniere che per quarant’anni ha vissuto marchiando la pelle significa contaminare la propria anima di quella passione totalizzante che fa in modo che dopo il primo tatuaggio, è assai più facile continuare a “macinarsi” che smettere.

Tratto da: http://www.occhiaperti.net/376/breve-storia-del-tatuaggio-italiano

 

Burlesque! La storia

Dita Von Teese  launches her second perfumThe scent initially

Dita von Teese, foto tratta da burlesque.it

Gli spettacoli inglesi dell’800, i teatri negli USA degli anni ’20, i go-go club dei ’60, la riscoperta dei 2000. Scoprite la piccante storia del burlesque!

Nel XIX secolo, negli USA e in Gran Bretagna, il burlesque era uno spettacolo che parodiava il mondo, le abitudini e i passatempi dell’aristocrazia e dei ricchi industriali, per divertire le classi meno abbienti.

C’era una trama, per quanto esile; delle canzoni, dei numeri di ballo, tanta comicità. Ma, per mantenere vivo l’interesse del pubblico, già negli anni ’60 dell’800 i fautori degli spettacoli non si facevano scrupoli ad aggiungere sul palco un po’ di nudità femminile. Ovviamente con le dovute proporzioni rispetto a oggi…

Leggi il seguito su: http://www.burlesque.it/info/1-la-storia/

Sorgente: La storia

Rivoluzione, poesia. Luca Di Pasquale, Città del Capo, Sudafrica

Sotto cortine d’acciaio schiacciato da cemento

C’è un popolo di cuore che canta dai propri occhi un pianto disperato che sa di pentimenti…

È la rivoluzione concessa dai cieli angosciati al fratello di questi luoghi d’infinito

È  lotta attraverso burocrati elettici di cartelle techno-crak-ti  di demenze popolari

e  demoni-crazie di Cyber marinai eccitati di sogni

 

Rivoluzione -Popoli pirati eterni che navigate verso la salvezza di camere iperbariche

di spermi e spettri di questo cosmo

Senza gli scritti di Dio

rimanendo così assetati di inchiostro extraluna

il ricordo dell’ ultimo tramonto e il pensiero per sempre della prima alba

piccoli cuccioli d’uomo eterni

Santi corrotti da vestiti neri e camicie bianche con vesti rosse e corde d’oro di perlata crema cappio al collo

BLACK BLOCK – N.W.O –O.M.G-U.N. ohhh

 

Rivoluzione -domani ci sarà un altro sogno anche nella Savannah

Accanto a quei profeti di stelle che pellegrinano sui monti di ghiaccio

nei deserti di sangue del nirvana dove accasciato l’ultimo angelo del Dharma è scampato

Urla il popolo ai pagliacci burattinai nelle strade starnazzando ai muri Banche! Banche!

“Dove sono i soldi”

E loro con un sorrisino

“I soldi sono finiti in pasto al drago serpente di carta che custodisce tutto  il segreto del cielo”

 

Rivoluzione -fratelli popoli protettori dei canti c’è l’acqua poi ci siamo noi con le nostre lacrime da asciugare

Con le nostre galassie Aìde con le nostre speranze stampate su lunghi papiri smarriti

quanto gl’inni antichi del Nilo immaginario

E pace ai popoli Jabal delle mezze lune di Bakka

che mai sarà sollevata ai gloriosi regni delle pure vergini del mattino

Perché sciacalla le danze di Betlemme sulle tombe sacre di Gerusalemme e ne professa sangue!

Popoli visionari di bombe fantastiche e disegni lunari che innalzate templi koko pelli ed altari blasfemi

Ipnotizzando nelle ombre ogni sguardo vibrando nel tempo del bianconiglio

e cospirando angosciati dalle vostre tane

 

Rivoluzione -Popoli d’occidente uniti veneratori di grandi schermi e tabelloni pubblicitari-

Di grandi uffici e gratta-testa-cieli di vagine che vi stringono  in certezze

e vi consegnano assuefatti nelle strade di tutti i giorni

(Assunti)  per distruggere il vostro domani

Rivoluzione -Popoli di ignari caduti

che abbiamo visto capire e comunque morire in vasche di parole vomitate-

Bruciandosi la mente con diagrammi quantistici del chakra

e iniettandosi nel buco cosmico risvegli del tutto o del nulla

Rivoluzione -Popoli moribondi incastrati sui marciapiedi alari grigi di insulti ed è mezzanotte!-

Metamorfosi del corpo

che di getto diventa oggetto facendo suonare i campanili nei quattro angoli del mondo

Chiedendosi e scordandosi il perché

Rivoluzione -Popoli tutti belli

nel faccia libro di labbra capelli siringhe vaccini metadone botulini plastiche salvezze e  pastiglie promesse

Di psicoattive bellezze

elaborate in ambulatori laboratori anabolizzanti depressi tossicomani di bisogno assoluto

-Né hanno assoluto bisogno-

Rivoluzione -Urlavano i popoli pazzi del Golan squarciata di profezie-

E il loro gemito era udito come un’ eco dal paradiso di babele e blaterando inascoltati Giungevano le mani in preghiera

Rivoluzione -Popoli dalla forma di pianto soffiati nel vento

e da capo verso la parola dello Spirito transitorio santo in luce nella ombra della casa

Stracciati in poesie e sciolti nel cuore

Rivoluzione – Mare Nostrum Eterna Anima-

Di querce antiche ingolpate per qualche ora e ritrovate nel canto notturno

Perdute in campagne d’estate

Morte tra gli invisibili incubi delle nebbie di Orus

e delle sue catene tracciate da compassi di sapienze vecchie come il mondo

Rivoluzione -Uomo risorto tra le braccia di donna che rasserena con voce e carezza in luce

appoggiandolo sui sacri comandamenti dei monti d`Egitto

Ascoltando l’agnello dell`agnello del sacro divino ouch!

Ascoltando l`arpa istintiva che suonava allo spirare delle parole

Contando ansiosa il tempo dell’ arpa di nero

Dell’ arpa d`erba del risveglio

Dell’ arpa senza cuore che testarda istigava al suicidio

Dell’ arpa suora angelica  accosciata nel blue

Dell’ arpa accostata da mostruosi cazzi

Dell’ arpa santa libera Cecilia vergine tranquilla dall’ animo eletto pizzico d`ala di..

 

Rivoluzione -Popoli dal ciclo che si ripete-

Non ce niente di nuovo sotto il sole #@com

Cape jazz che dal suo palco/prelato

espone il pianista tradendo la sua tenda davanti al pallido giudizio dei whisky on the rocks di cigarri

Briganti solitari ladri di note Di pelle bianca di luna tutto senza senso come un #@com

Rivoluzione -Popoli disperati d`amore

che ardete e ardete scoppiettanti come pianole di piacere e trombe tremanti

Puntellati alle travi della lattea tetta madre stella

Aggrappati ai fiori glabri del petto padre deserto

Come viscidi sposi aridi di amore cadete incantevoli come comete sparate dai cieli

 

Rivoluzione -Popoli guardoni-

Distratti con me dalla pioggia col sole

Distratti con me dal fumo col fuoco

Distratti con me oh anime col vuoto

Rivoluzione -Bussole beate infinitamente infelici nel buio di ghiaie bugiarde-

Petricuore, poesia. Maurice de Ville

Una pioggia leggera al punto da sembrare neve, o nebbia, o polvere che si posa tutto
attorno senza coprire.
L’immagine di un cielo che piange, banale, fa sempre un suo effetto. Eppure non è scontato vedere tutto bagnato e deforme.
È così che mi sembra il mondo.
Quello che c’è sotto lo intuisco, perché l’esperienza mi ha insegnato a riconoscere forme e volumi anche quando tutto sembra indistinto, anche quando hai la netta
sensazione che…
E se ti avvicini troppo poi ti bagni, ti inzuppi, e magari poi ci anneghi, in quella patina
sottile. Già, perché quel leggero strato di vetro colato è vivo, e anche se lo sai cosa c’è
sotto, lo vedi così impreciso, così mutevole, così fragile ed instabile che ti terrorizza.
E ti attrae.
Come un sorriso inquietante dipinto su di un volto di porcellana, così innocente e così
terribile.
Piove, ed io non so nuotare.
ineditoMaurice de Ville

Cannabis terapeutica: funziona ma non si trova

Cannabis Terapeutica in stabilimento

Aiuta chi ha cefalee, dolori, inappetenza. Mentre in California è del tutto liberalizzata, in Italia la marijuana per uso curativo scarseggia.

di Anna Alberti su Marie Claire del 19 febbraio 2018

Cannabis. È l’ingrediente che non ti aspetti. La canapa tessile – o cannabis sativa – si trova persino nelle praline di cioccolato e nel gelato, nelle tisane, nell’alimentazione gluten free e vegan. Ma anche nel design, nei cosmetici, nella bioplastica per stampanti in 3D, nella bioedilizia. Bandita dall’agricoltura nostrana dal primo dopoguerra, si è presa la sua rivincita e oggi è una coltivazione sostenuta dal ministero delle Politiche agricole. Un business a più zeri, celebrato da Canapa Mundi, prima edizione internazionale di una fiera già popolarissima (dal 16 al 18 febbraio al PalaCavicchi di Roma). L’occasione per rilanciare con una tavola rotonda le ragioni della cannabis terapeutica – sì, la marijuana o cannabis indica, appena legalizzata in California anche per uso ricreativo dopo altri otto stati americani – che le associazioni antiproibizioniste italiane chiedono di liberalizzare completamente.

In farmacia «In Italia i cannabinoidi si comprano già in farmacia con ricetta medica, e in dodici regioni sono erogati dal Servizio sanitario nazionale. Così di fatto i malati italiani che la utilizzano come antidolorifico non sono tutti uguali. In più il prodotto scarseggia», spiega l’ex senatore Marco Perduca, dell’Associazione Luca Coscioni, che con l’avvocato Filomena Gallo ha appena pubblicato Proibisco Ergo Sum (Fandango). «Per questo servono regole più uniformi sull’approvvigionamento e le modalità di cura gratuita, oltre che maggiore formazione medica. Contavamo sulla legge nazionale già approvata alla Camera, ma per un soffio non è approdata al Senato nell’ultimo scorcio di 
legislatura. Per assicurare la continuità terapeutica il governo ha inserito nel decretone fiscale stanziamenti di un milione e 600mila euro per produrre infiorescenze nell’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze e di 700mila euro per prodotti importati. Cifre insufficienti al fabbisogno dei malati in crisi per mancanza di approvvigionamento».

Marijuana come sollievo. Lo ha sperimentato sulla sua pelle Elisabetta Biavati, instancabile animatrice della community #conlacannabismicuro, affetta da una rara forma di neuropatia con crisi epilettiche resistenti ai farmaci convenzionali. «Per me i cannabinoidi sono una salvezza, mi tolgono tremori e spasmi. Ma negli ultimi mesi non ho potuto curarmi, in farmacia non se ne trova più. Sono allo stremo, faccio fatica anche a deglutire: dall’estate scorsa ho perso 13 chili. Nemmeno gli ospedali sanno dove rifornirsi. Probabilmente per una grave sottovalutazione del fabbisogno da parte del ministero. Ma non voglio rassegnarmi al mercato illegale». Di storie come la sua il web è pieno (vedi i social dei gruppi #dirittodicura #comitatopazienticannabis­medica e il sito  pazienticannabismedica). Solo la punta d’iceberg di un gran numero di malati che dalla marijuana riescono a trarre un sollievo documentato. Come confermano medici e ricercatori.

Parlano i medici che la prescrivono «Quando nel 2013 uscì in Toscana la prima legge regionale sulla cannabis ero primario all’ospedale di Pisa. All’inizio ero scettico», ammette Paolo Poli, presidente di Sirca, Società Italiana di Ricerca sulla Cannabis, che attualmente dirige il reparto di Terapia del dolore del Gruppo ospedaliero San Donato di Como e Monza.

«Oggi, con oltre 3mila persone trattate, sono convinto che i cannabinoidi siano una buona alternativa per chi non risponde ad altre medicine in casi di dolore irriducibile, problemi cronici del sistema nervoso centrale – dalle cefalee ad alcune forme di epilessia ai tremori del Parkinson – oltre che per forme reumatiche autoimmuni, sla, fibromialgia, lesioni midollari, inappetenza da chemio. Attenzione, non stiamo dicendo che le patologie guariscono, ma che la qualità della vita migliora. L’ho visto anche nei piccoli con epilessia: un bimbo è passato da 20 attacchi al giorno a 20 in tre mesi. Il problema è che mancano studi ben fatti, uno degli obiettivi della nostra società scientifica. L’altro tema, gravissimo per chi sta male, è che le forniture legali sono troppo irregolari». Una storia recente, quella della cannabis terapeutica italiana. Se i medici sono stati autorizzati sin dal 2007 a prescrivere cannabinoidi preparati in farmacia, la vendita di prodotti importati (soprattutto dall’Olanda) è stata regolamentata dal 2013. E dati i costi, dal 2016 i ministeri di Salute e Difesa hanno avviato una produzione all’Istituto Farmaceutico Militare.

Cresce a Firenze la marijuana Made in Italy «Nelle nostre serre coltiviamo le talee con metodi rigorosi e le trasformiamo seguendo i rigidi protocolli dell’Agenzia italiana del farmaco», spiega il colonnello Antonio Medica, direttore dell’Istituto Farmaceutico Militare con sede a Firenze. «Dal 2017 abbiamo distribuito nelle farmacie circa 100 kg di infiorescenze acquistabili a 9 euro, contro i 30-40 euro del passato. Assicurando a pazienti e medici un prodotto standardizzato e di alta qualità. Per ora lavoriamo con tre serre: in ciascuna si coltivano dalle 100 alle 120 piante, che assicurano cinque o sei raccolti l’anno, ma contiamo di raggiungere presto i 300 kg». E quando le infiorescenze sono pronte? «È il farmacista a trasformare il prodotto in olio da usare in gocce, o a suddividere le foglioline in “cartine” da 200 mg, utilizzabili in decotti o con un vaporizzatore». Si possono fumare? «Noi lo sconsigliamo, ed è vietato: il principio attivo si degrada ed è meno dosabile, senza contare i danni da combustione». Qual è il consumo medio? «Tra i 200 o 250 mg al giorno, ma dipende dal problema e dalla sensibilità individuale. Ad alcuni bastano 30 mg».

L’appello alla Lorenzin Ciò che è certo, è che una volta trovata una soluzione al dolore nessuno vuole più rinunciarvi. Per questo le richieste al ministro della Salute Beatrice Lorenzin per liberalizzare l’autoproduzione – tuttora vietata – si stanno moltiplicando (qui l’ultimo appello, promosso da un gruppo di 16 associazioni). E c’è già chi sogna la Catalogna, dove gruppi di pazienti hanno organizzato azioni di disobbedienza civile con coltivazioni a cielo aperto. Tutti denunciati. E poi assolti.

Da sapere:

2007 È l’anno in cui la cannabis sativa indica, o marijuana, viene legalizzata In Italia a scopo terapeutico (su prescrizione medica).
La farmacia è l’unico luogo autorizzato alla preparazione di cannabinoidi galenici e alla vendita di prodotti d’importazione  come Bedrocan, Bediol, Bedrobinol, Bedrolite, Bedica, Sativex.
FM-2 Si chiama così la cannabis made in Italy (con tetraidro-cannabinolo tra 5 e 8% e cannabidiolo tra 7,5 e 12%). Viene prodotta dall’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze.

Tratto da: https://www.associazionelucacoscioni.it/notizie/rassegna-stampa/cannabis-terapeutica-funziona-non-si-trova/