Breve storia del tatuaggio italiano

 

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Dalla riproduzione delle stimmate del santo allo storico studio Fercioni a Brera

di Matteo Bassi

Nel Libro V delle sue “Storie” Erodoto scrive che: “portare sulla pelle dei tatuaggi è considerato segno di nobiltà, non averne è prova di ignobiltà”. Nel nostro presente condividiamo appieno tale pensiero, ben sapendo che nel corso dei secoli non è sempre stato così…

 La storia del tatuaggio italiano potrebbe essere considerata infatti un romanzaccio di una qualche centinaia di pagine scritte fitte, tra il noir, il gotico e quel genere d’indefinita bellezza che nasce sotto il nome di beat generation. Per certi versi la storia del tatuaggio italiano è poesia allo stato puro, per le rime di colori, le assonanze di simbologie e le sinestesie che ne costituiscono il dna fondante. Partiamo subito da un dato di fatto: non esiste e non esisterà mai scrittore al mondo capace di catturare tutta quanta la magia che sta alla base di cotanta vastità e bellezza. Del dolore, del perché ci si tatui, delle morti, dei voti, degli amori e della fede verso un’entità superiore che stanno alla base di un qualsiasi tatuaggio fatto con cognizione di causa in ogni secolo della nostra storia. Purtuttavia proviamo con sintesi ed infinita passione a mettere un poco di ordine in merito. Siete pronti per questo viaggio fantasmagorico nella breve storia del tatuaggio italiano? Bene, allacciate le cinture, rilassatevi e godetevi ogni parola dall’inizio alla fine.

LORETO, 10 DICEMBRE 1292: I TATUAGGI RELIGIOSI

Una leggenda tramandata nel corso dei secoli narra che la notte del 10 dicembre 1292, durante il papato di Bonifacio VIII, la Santa Casa della Vergine Maria, per sfuggire alla persecuzione dei turchi, venne sollevata in volo dagli angeli e da Nazareth, giunse in un bosco di allori. Proprio dove si era posata la casa, successivamente, venne edificato il Santuario di Loreto. Vicino a Loreto vi è il convento di Sirolo, fondato da San Francesco.

La storia narra che l’origine del tatuaggio religioso di Loreto, sia nata come un tentativo di riprodurre le stimmate di San Francesco sui fedeli; essi venivano fatti sui polsi o sulle mani stesse. Si trattava di figure molto semplici: motti, simboli della passione e dello Spirito Santo, cuori. A quel tempo i tatuatori erano definiti “marcatori”, lavoravano in banchetti per le strade e i loro cataloghi erano piccole tavolette di legno sui quali erano incisi i loro soggetti e che venivano usate come stampini.  Esempi di tatuaggi dell’epoca sono quelli delle spose che si tatuavano il simbolo dello spirito santo e delle vedove che si tatuavano la scritta “Memento Mori” con sotto il nome del marito defunto.  In quest’epoca storica il tatuaggio era conosciuto, apprezzato e condiviso. Esso faceva parte della cultura popolare. Poi le cose nel corso dei secoli cambiarono.

IL TATUAGGIO COME SIMBOLO DEL DISPREZZO

Nel corso dell’800 entra in ballo la scienza e tra tutte le dinamiche e i fenomeni presi in esame non puo’ certo mancare all’appello il tatuaggio. L’equazione è molto semplice ma allo stesso tempo terrificante: il tatuato viene accomunato ad un essere primitivo e di conseguenza viene confinato all’esterno dell’idea di progresso. La famosa marginalità che per più di un secolo è stata associata all’idea di tatuaggio nasce da tale considerazione. A calcare la mano ci si mette l’antropologo criminale Cesare Lombroso, il quale nel suo saggio “L’uomo delinquente” (1896) identifica marginale, selvaggio e delinquente l’uomo tatuato. Lombroso è categorico, ma le sue tesi, esaminate in prospettiva storica appaiono indimostrabili. Esse sono infatti fondate su stereotipi e luoghi comuni. Non vi sono infatti né categorie scientifiche né dati empirici ad avvallarle. Buona parte dei preconcetti sulla cultura del tatuaggio la dobbiamo ai luoghi comuni che come un virus infernale, dalle pagine di Lombroso si sono insediate nella cultura popolare facendo in modo che una persona tatuata venisse guardata con sospetto e giudicata a priori. Ma per fortuna, dalla metà degli anni ’70 le cose sono cambiate.

IL RINASCIMENTO DEL TATUAGGIO ITALIANO

Il Rinascimento del tatuaggio italiano lo si deve ad un manipolo di eroi: Gian Maurizio Fercioni e Mino Spadaccini a Milano, Marco Pisa a Bologna, Geppy Rondinella a Roma, Maurizio Fiorini a Firenze. Sono stati loro i pionieri, quelli coraggiosi che hanno sfidato i luoghi comuni e che hanno fatto una scelta che se oggi appare una possibilità, all’epoca si trattava di un qualcosa di rivoluzionario: scegliere di fare il tatuatore di mestiere, aprire un negozio.  Gente che ha dovuto uscire dall’Italia per imparare, vivere e sognare di fare il tatuatore: nello studio di Herbert Hoffmann ad Amburgo, da Tattoo Peter ad Amsterdam ad esempio. Gente che ha amato e continua ad amare così voracemente la cultura tattoo da impedire per molto tempo che tale cultura divenisse popolare. Essa doveva essere per pochi eletti, i più temerari, quelli con “le palle”. Ci è capitato più volte di visitare lo studio di Fercioni in zona Brera a Milano: si sente il cuore battere forte e la pelle scottare. Varcare la soglia dello studio di tatuaggi di un pioniere che per quarant’anni ha vissuto marchiando la pelle significa contaminare la propria anima di quella passione totalizzante che fa in modo che dopo il primo tatuaggio, è assai più facile continuare a “macinarsi” che smettere.

Tratto da: http://www.occhiaperti.net/376/breve-storia-del-tatuaggio-italiano

 

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