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Ferrara Tatto Convention, I edizione

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Foto Maurice De Ville

Non si può immaginare lo spettacolo di una convention di tatuaggi finché non la vivi. Intenso e stupefacente, armonico e folgorante, inaspettata la cortesia al bancone… Mai serviti clienti più docili, affabili e cordiali. Braccia con i migliori tatuaggi mai visti in vita mia, sopra signore e signori, ragazze e ragazzi, gomito a gomito a girarsi il caffè nella  tazza. Poche divagazioni sul tema, così come piace al barista, poche chiacchiere solo quelle necessarie…- ei giovane, mi sembrano troppo bianche quelle braccine, è ora di tatuarsi…- commosso. Per un fugace momento di servizio ho visto acrobati circensi, teste interamente tatuate e donne nude fantasticamente colorate. Una gran festa, solo sorrisi e voglia di tatuarsi fino a tarda notte, balli e birra, arte a più non posso più tutto il resto.

AV

Di seguito un articolo del quotidiano on-line Estense.com

 

Ferrara (ri)scopre l’arte del tatuaggio

Tanti appassionati e curiosi alla Fiera per la prima Tattoo Convention estense

di Simone Pesci

In bianco e nero, colorati, piccoli o grandi che siano poco importa. I tatuaggi, prima ancora che un segno distintivo impresso nella pelle, stanno diventando una vera e propria forma d’arte. Inevitabile, dunque, che prima o poi Ferrara Fiere decidesse di ospitare la Tattoo Convention, kermesse mai vista prima d’ora a queste latitudini.

Come si suol dire, la prima volta non si scorda mai ed è così anche per un evento che in questi tre giorni ha saputo riempire i padiglioni della Fiera di tanti curiosi e appassionati di tatuaggi, giunti per osservare da vicino le metodiche di lavoro degli oltre duecento artisti della macchinetta provenienti da tutto il mondo.

L’evento di Ferrara, infatti, è stato un vero e proprio punto di incontro non solo per gli amanti del genere, ma anche per gli stessi tatuatori che hanno potuto studiarsi da vicino, ammirare a vicenda le proprie opere e scambiarsi magari qualche consiglio. Da incidere poi sulla pelle, come è stato possibile fare all’interno della stessa convention, dove non si poteva di certo dire che mancassero i contest: ben dieci per ogni categoria di tatuaggio – piccolo, bianco e nero, tribale, tradizionale e tanti altri – e uno per il miglior disegno realizzato nell’intera tre giorni dell’evento.

Ad arricchire l’evento seminari sull’arte dei tatuaggi, l’elezione di Miss Tattoo, saggi di arti marziali e boxe ed esibizioni live di body painting. Insomma, non ci si è di certo annoiati in questa Tattoo Convention che ha saputo attrarre un folto pubblico che già spera in una seconda edizione.

https://www.estense.com/?p=730777 visitato il 18/11/2018

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Tatoo, rito da marinai

Fu il Capitano Cook durante i suoi viaggi in Pacifico a scoprire l’antica pratica polinesiana di decorare in modo permanente il corpo con disegni.

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Il tatuaggio, cioè l’arte di decorare il corpo in maniera permanente, è una pratica che risale all’alba della civiltà, conosciuta già presso gli Egiziani, i Romani e i Celti. Non di meno queste rappresentazioni erano diffuse al di là degli oceani, presso le popolazioni neozelandesi e polinesiane, dove peraltro hanno raggiunto forme assai raffinate sia a livello artistico che simbolico. La scoperta di queste pratiche tribali nel Pacifico si deve all’esploratore inglese James Cook che approdò a Tahiti nel 1769 a bordo del brigantino a palo HMS Endeavour.

Becchi di uccello e denti di squalo come aghi

Fu proprio durante il soggiorno sull’isola, osservando le usanze degli indigeni, che Cook trascrisse per la prima volta la parola tattow, poi diventata “tattoo” con cui gli anglosassoni definiscono il tatuaggio. Il termine derivava dal polinesiano tau-tau, onomatopea che richiamava il rumore del picchiettare del legno sull’ago usato per incidere la pelle. Dagli appunti di Cook sappiamo infatti che i polinesiani impiegavano una sorta di bisturi artigianale composto da un manico di legno, al quale veniva fissata una punta che poteva essere il becco o l’artiglio di un uccello, il dente di un pescecane o una conchiglia affilata. Questo bisturi arcaico veniva quindi battuto tramite un’altra bacchetta per incidere la cute e introdurre il colore, in genere ottenuto dalla polpa lavorata delle noci di cocco oppure dal carbone diluito in acqua.

 

Un rito di passaggio all’età adulta

I disegni incisi, che arrivavano a coprire tutto il corpo (anche la faccia per gli uomini e le natiche per le donne), erano forme geometriche semplici, i cosiddetti tribali: curve, cerchi, spirali, linee e punti, le stesse utilizzate per decorare le capanne, i vasi o le canoe. Il tatuaggio aveva un valore quasi “sacrale”. Essere tatuati significava passare all’età adulta, essere potenti e valorosi. I tatuaggi rappresentavano anche lo stato sociale, quelli più complessi erano riservati ai capi e alle loro famiglie e ogni uomo tatuato si considerava più vicino a una divinità. Apartire dalla spedizione di James Cook la pratica del tatuaggio delle tribù del Pacifico si diffuse tra i marinai e furono proprio gli equipaggi reduci dai viaggi intorno al mondo che riportarono tra il XVII e XVIII secolo questa pratica in Europa che dopo il Medioevo era stata bandita dal papato.

Credenze e superstizioni a bordo dei velieri

È naturale poi che il tattoo, già di per sé fortemente simbolico, a bordo delle navi si intrecciasse a credenze e superstizioni tipiche della tradizione marinaresca. Per esempio spesso si mescolava l’inchiostro con la polvere da sparo perché si riteneva che questa prolungasse la vita. E ancora i naviganti che partivano per una lunga traversata si tatuavano una prima volta nel porto di partenza, quindi una seconda nel porto di arrivo e infine una terza volta tornati nel porto di partenza. Avere tatuaggi in numero pari significava quindi essere lontano da casa e in balia degli eventi e portava sventure. Secondo vecchie leggende, chi avesse avuto il coraggio di farsi tatuare un veliero sul petto sarebbe diventato un ottimo gabbiere (addetto alle manovre delle vele di gabbia), uno squalo avrebbe tenuto invece lontani questi animali in caso di naufragio; un gallo su un piede e un maiale sull’altro avrebbero preservato il marinaio dall’annegamento.

 

Un crocefisso sulla schiena evitava le frustate

Per coloro che avevano attraversato l’Equatore esisteva un tatuaggio speciale (una tartaruga rovesciata), detto Line Crossing, mentre per ogni 5.000 miglia di navigazione una rondine veniva tatuata sul petto come segno distintivo. Infine si riporta la pratica diffusa tra le ciurme dei vascelli del 1800 di tatuarsi un crocefisso sulla schiena al fine di evitare la frequente punizione della frusta: nessun ufficiale si sarebbe infatti macchiato di sacrilegio colpendo l’immagine sacra. Al di là delle superstizioni, che in parte resistono anche oggi tra i naviganti, il tatuaggio a tema marinaresco (rose dei venti, sirene, mostri marini, vascelli, etc.) è ancora molto apprezzato perché conserva un alone di mito legato al viaggio e all’avventura.

Tratto da:

http://www.davidingiosi.com/tatoo-rito-da-marinai/

Breve storia del tatuaggio italiano

 

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Dalla riproduzione delle stimmate del santo allo storico studio Fercioni a Brera

di Matteo Bassi

Nel Libro V delle sue “Storie” Erodoto scrive che: “portare sulla pelle dei tatuaggi è considerato segno di nobiltà, non averne è prova di ignobiltà”. Nel nostro presente condividiamo appieno tale pensiero, ben sapendo che nel corso dei secoli non è sempre stato così…

 La storia del tatuaggio italiano potrebbe essere considerata infatti un romanzaccio di una qualche centinaia di pagine scritte fitte, tra il noir, il gotico e quel genere d’indefinita bellezza che nasce sotto il nome di beat generation. Per certi versi la storia del tatuaggio italiano è poesia allo stato puro, per le rime di colori, le assonanze di simbologie e le sinestesie che ne costituiscono il dna fondante. Partiamo subito da un dato di fatto: non esiste e non esisterà mai scrittore al mondo capace di catturare tutta quanta la magia che sta alla base di cotanta vastità e bellezza. Del dolore, del perché ci si tatui, delle morti, dei voti, degli amori e della fede verso un’entità superiore che stanno alla base di un qualsiasi tatuaggio fatto con cognizione di causa in ogni secolo della nostra storia. Purtuttavia proviamo con sintesi ed infinita passione a mettere un poco di ordine in merito. Siete pronti per questo viaggio fantasmagorico nella breve storia del tatuaggio italiano? Bene, allacciate le cinture, rilassatevi e godetevi ogni parola dall’inizio alla fine.

LORETO, 10 DICEMBRE 1292: I TATUAGGI RELIGIOSI

Una leggenda tramandata nel corso dei secoli narra che la notte del 10 dicembre 1292, durante il papato di Bonifacio VIII, la Santa Casa della Vergine Maria, per sfuggire alla persecuzione dei turchi, venne sollevata in volo dagli angeli e da Nazareth, giunse in un bosco di allori. Proprio dove si era posata la casa, successivamente, venne edificato il Santuario di Loreto. Vicino a Loreto vi è il convento di Sirolo, fondato da San Francesco.

La storia narra che l’origine del tatuaggio religioso di Loreto, sia nata come un tentativo di riprodurre le stimmate di San Francesco sui fedeli; essi venivano fatti sui polsi o sulle mani stesse. Si trattava di figure molto semplici: motti, simboli della passione e dello Spirito Santo, cuori. A quel tempo i tatuatori erano definiti “marcatori”, lavoravano in banchetti per le strade e i loro cataloghi erano piccole tavolette di legno sui quali erano incisi i loro soggetti e che venivano usate come stampini.  Esempi di tatuaggi dell’epoca sono quelli delle spose che si tatuavano il simbolo dello spirito santo e delle vedove che si tatuavano la scritta “Memento Mori” con sotto il nome del marito defunto.  In quest’epoca storica il tatuaggio era conosciuto, apprezzato e condiviso. Esso faceva parte della cultura popolare. Poi le cose nel corso dei secoli cambiarono.

IL TATUAGGIO COME SIMBOLO DEL DISPREZZO

Nel corso dell’800 entra in ballo la scienza e tra tutte le dinamiche e i fenomeni presi in esame non puo’ certo mancare all’appello il tatuaggio. L’equazione è molto semplice ma allo stesso tempo terrificante: il tatuato viene accomunato ad un essere primitivo e di conseguenza viene confinato all’esterno dell’idea di progresso. La famosa marginalità che per più di un secolo è stata associata all’idea di tatuaggio nasce da tale considerazione. A calcare la mano ci si mette l’antropologo criminale Cesare Lombroso, il quale nel suo saggio “L’uomo delinquente” (1896) identifica marginale, selvaggio e delinquente l’uomo tatuato. Lombroso è categorico, ma le sue tesi, esaminate in prospettiva storica appaiono indimostrabili. Esse sono infatti fondate su stereotipi e luoghi comuni. Non vi sono infatti né categorie scientifiche né dati empirici ad avvallarle. Buona parte dei preconcetti sulla cultura del tatuaggio la dobbiamo ai luoghi comuni che come un virus infernale, dalle pagine di Lombroso si sono insediate nella cultura popolare facendo in modo che una persona tatuata venisse guardata con sospetto e giudicata a priori. Ma per fortuna, dalla metà degli anni ’70 le cose sono cambiate.

IL RINASCIMENTO DEL TATUAGGIO ITALIANO

Il Rinascimento del tatuaggio italiano lo si deve ad un manipolo di eroi: Gian Maurizio Fercioni e Mino Spadaccini a Milano, Marco Pisa a Bologna, Geppy Rondinella a Roma, Maurizio Fiorini a Firenze. Sono stati loro i pionieri, quelli coraggiosi che hanno sfidato i luoghi comuni e che hanno fatto una scelta che se oggi appare una possibilità, all’epoca si trattava di un qualcosa di rivoluzionario: scegliere di fare il tatuatore di mestiere, aprire un negozio.  Gente che ha dovuto uscire dall’Italia per imparare, vivere e sognare di fare il tatuatore: nello studio di Herbert Hoffmann ad Amburgo, da Tattoo Peter ad Amsterdam ad esempio. Gente che ha amato e continua ad amare così voracemente la cultura tattoo da impedire per molto tempo che tale cultura divenisse popolare. Essa doveva essere per pochi eletti, i più temerari, quelli con “le palle”. Ci è capitato più volte di visitare lo studio di Fercioni in zona Brera a Milano: si sente il cuore battere forte e la pelle scottare. Varcare la soglia dello studio di tatuaggi di un pioniere che per quarant’anni ha vissuto marchiando la pelle significa contaminare la propria anima di quella passione totalizzante che fa in modo che dopo il primo tatuaggio, è assai più facile continuare a “macinarsi” che smettere.

Tratto da: http://www.occhiaperti.net/376/breve-storia-del-tatuaggio-italiano