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Chi sono i giovani poeti italiani, di Simone di Biasio

Cover of Poetry, magazine edited by Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), No, 1-2, February-March 1909, Detail

In un suo “diariominimo” Umberto Eco cita Diogene Laerzio: “Eraclito depose il libro nel tempio di Artemide e alcuni affermano che intenzionalmente l’avesse scritto in forma oscura affinché vi si accostassero solo quelli che lo potevano, e un tono facile non lo esponesse al dispregio del volgo”. E la poesia, quando appare allo stesso modo oscura, lo fa intenzionalmente? Il Quaderno italiano di Poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos prova dal 1991 a illuminare il tempio e i giovani poeti che lo frequentano.

In attesa di leggere l’ultimo in uscita, nel XII Quaderno curato da Franco Buffoni, traduttore e poeta, sono 7 i prescelti tra i 28 e i 40 anni: Maddalena Bergamin, Maria Borio, Lorenzo Carlucci, Diego Conticello, Marco Corsi, Alessandro De Santis e Samir Galal Mohamed.

L’ultimo è il più giovane. Citando Buffoni, Samir prospetta che “il poeta del ventunesimo secolo/sarà figlio di lavavetri. O di chi/paghiamo per pulire. (…) sarà figlio nostro – a metà”. In realtà è accaduto già con la poesia di Umeed Ali che 10 anni fa aveva pubblicato il suo “Bilancio interiore” (Morlacchi):

Quando ho iniziato a scrivere in italiano/ sono diventato uno zingaro delle parole/ perché la lingua italiana è come il mare, / ti allontani dalla riva e diventa profonda e alta

Umeed è un poeta pakistano in Italia da 20 anni, venditore ambulante, che consiglia di “essere altruisti come alberi/ che soffrono sotto il sole/ e fanno ombra sugli altri”. Scrive nel suo italiano piano, nella sua lingua filosofica. Samir potrebbe essere suo figlio, però ha studiato e legge la poesia italiana, sa di scrivere “versi mortali come il giorno – spavalda sospensione di ragione” (dichiarazione di poetica), ci dice che:

Noi siamo il Creatore. Siamo/ i nostri figli, obbligati, i soli: originiamo/ l’universo come fratello e sorella,// espelliamo una stirpe indesiderata,/ esprimiamo un desiderio per ogni martire/ di una specie in disgregazione.// Il mistero della vita è sepolto/ nei tuoi occhi esiliati. Trafugati/ da chissà quale isola del vuoto

A Samir – in arabo “compagno della veglia” – si lega la prima poetessa del libro, Maddalena Bergamin, che parla di una condizione generazionale: “Chi ha detto che questo è il paese/ del mare non sa delle nostre giornate/ su tangenziali padane, della periferia/ latina malmessa e delle grigie ore/ che ci separano dalla vista del sole/ Non sa di come sia estranea alla nostra/ la vita che di noi si racconta”. Usa il corsivo e quando lo fa, è per i testi migliori:

È di mattina che il bambino/ per me ferocemente piange/ i suoi occhi incrostati, feriti dalla notte/ e opachi, sulle gambe corte/ e fragili e sulla voce rotta/ dall’inattività delle ore, è/ in quel momento che ogni giorno/ la sua infanzia finisce ed è più penoso/non poterla fermare

Maddalena si rivela: “Così, non alzando la voce/ per non essere scoperta,/ mi è riuscito finalmente/ di sembrare una poetessa”.

Altri autori nel Quaderno paiono, per dirla con Alessandro Carrera, “poeti impossibili”, indecifrabili. Tra questi Maria Borioche riconosce: “Anch’io vorrei smettere di dirmi/ io”, ma troppo spesso cede alla tentazione perché “la parola io è così vera”. Tanto da scandagliare un io che è soltanto il suo, che non trova eco. Alcuni versi sono davvero oscuri: “Quante piante giganti contano tutti/ anche sull’autostrada/ con un battito che spegne – non saper/ lavorare né amare?”. In alcuni passaggi sembra avvertire che sta per saltare la corrente che le porta luce: “Sono passati giorni troppo miei/ a cui parlo cortocircuito./ E i tuoi – quelli di/ lui, dell’altro, dell’altro,/ altre voci/ io di loro, loro/ di me e nessuno/ di nessuno”. John Bergernel libro “Il fuoco dello sguardo” (Coazinzola press, 2015), scrive: “Parola per parola io descrivo/ tu accetti ogni fatto/ e ti chiedi:/ che cosa vuole veramente dire?”.

Al lettore rimane la domanda: cosa vuole dire? Legittimo chiederselo. Il poeta Davide Rondoniammette che “nella oscurità di molta poesia c’è un intorbidar le acque per apparir profondi. La Borio chiede al suo lettore la disponibilità ad abbandonare qualsiasi nesso di logica o di ordine simbolico e naturalmente il lettore ha diritto a non offrire tale disponibilità e a cessare ogni possibilità di colloquio”. Ma se cessa ogni possibilità di colloquio col pubblico, a chi parlano i poeti? Nel 1994 il critico Alfonso Berardinelli pubblica un intervento in cui sostiene che

La debolezza, l’opacità comunicativa, l’oscurità o, più precisamente, l’inconsistenza semantica di molta poesia di oggi deriva dal fatto che quella piccola cerchia di lettori fa finta di capire, o accetta il fatto che non venga detto quasi niente e che non ci sia quasi niente da capire. Eliminando dal linguaggio poetico tutta una serie di funzioni linguistiche legate al significato e alla comunicazione, la poesia non corre più nessun rischio

Alcuni dei poeti “quadernati” sembrano parlarsi, a distanza, tra le pagine. Marco Corsi, ad esempio, controbatte con alcuni tra i versi più belli: “quanti gradini ho sceso verso il fondo dell’inferno/ e quanti versi ho letto come nitroglicerina/ per esportare un minimo di senso/ dalla contaminazione dell’incerto”. Marco è poeta raffinato, sa vedere: “sono apparse delle scritte sul muro/ di quando questa casa non era la nostra/ qualcuna come un graffio/ qualcuna come un segno sulla pelle/ impreciso e non circoscrivibile”, cui corrisponde “ad ogni mano un gesto ripetuto/ sopravvissuto, portato incolume negli anni/ per la sua evidente nudità/ d’aspetto o di sensazione”.

Franco Buffoni confessa che quella della Borio “è una poesia per i critici, come la Rosselli, ma per noi dei Quaderni una scommessa”, che “va contestualizzata nella tradizione dell’ermetismo, nella condizione novecentesca dell’arte che sente il bisogno di essere oscura”. Ma cosa aggiunge questa poesia alle avanguardie del Novecento? Qual è la novità ineluttabile con cui vuole farci confrontare questa poesia? È vero, l’arte ad un certo momento s’è fatta oscura di fronte alla chiarezza del corso del mondo, dinanzi alla “banalità del male”. La sfida odierna della poesia dovrebbe essere quella della limpidezza, della riduzione della complessità come lettura della realtà, un’arma alle tempie della post-verità.

Nel quaderno la stessa oscurità si presenta in Diego Conticello (che dedica la prima poesia a Fabio Pusterla, ovvero al suo prefatore…). Barocco, siculo, amante di Lucio Piccolo, inserisce questo verso nei suoi testi: “facendo le feci”, cita le “le mass(ahi)e”. L’oscurità sarà stanca di sentirsi nominare con un’accezione tanto negativa: in realtà quando è vuota, essa diventa baratro, ma se densa è uno specchio magico, e non è questo il caso: “Se un’enorme massa,/ una dell’infinita/ gragnuola/ trapassante le galassie,/ sfondasse i fragili/ veli sferici/ ad un’ora, ad un tempo preciso,/ avremmo un’altra Tunguska,/ impensati megatoni/ del tramonto”. E ancora astrusamente: “una lama di luce/ (sin tu cuerpo yo soy nada)/ tempo eterno, che sei/ tutto interno// sconvolgi morte/ nere fantàsime/ per risorgere/ nella trasparenza/ d’un fiore”. È bene segnalare, per onestà, anche versi ben riusciti che lasciano intravvedere in Conticello una radice più autentica:

Mettere le spine – se necessario -/ degnarsi/ per preservare quel poco di dolcezza/ che ci cresce in corpo.// Il frutto squisito della mente,/ la duramadre/ vista oltre la scorza

Un lettore inesperto che si trovasse ad aprire un libro di poesia, trovando prosa, ne sarebbe smarrito. Si tratta d’una questione annosa (Attilio Bertolucci pubblica il romanzo in versi “La camera da letto” nel 1984): “È la stessa differenza oggi caduta – spiega Buffoni – tra pittura e scultura”. Lorenzo Carlucci ha tuttavia il pregio di trovare una metrica musicale interna ai testi in prosa: “quell’uomo in ginocchio nel centro del prato stava regolando delle lancette. Aveva il braccio calato sotto la terra. Stava dando la carica al mondo, agli scoiattoli, ai palazzi”. È lui stesso ad avvertirci: “Non credo si possa desiderare di fare qualcosa della propria vita. Tutte le forme sono rotte. Canto”. Come ricorda anche Borges ne “L’invenzione della poesia” (Mondadori, 2001): “I poeti sembrano dimenticare che, una volta, la narrazione di un racconto era essenziale e che la narrazione di un racconto e la declamazione poetica non erano pensate come due cose distinte”. Carlucci sa quando tornare alla misura del verso: “chi non ha figli non capisce chi ha figli/ chi ha figli non capisce i figli/ chi non ha un padre cerca un padre in cielo o nei libri”.

Finalmente Alessandro De Santis, un ritrattista. “La vita le fa/ rugiada agli angoli della bocca”. Ma anche un archeologo:

Sei, i gradi di separazione/ tra un trivellatore e un centurione/ e ferri, cocci e materiali/ Si scava verso un fondo/ che fondo non è mai/ e quando il gran lavoro/ (s’)appressa al taglio-nastro,/ ossa e occhiaie vengon fuori/ e la gente scalpita,/ mescola da bere col ricordo,/ in un banchetto scomodo,/ dove il rumore di fondo è un/ ballo felice e rovinoso

Ci racconta che “gli occhi di Rachid sono/ neri come il bitume/ brulicano intenzioni/ Vorrebbe piantarti un coltello nell’orecchio/ o solo chiederti se ti serve qualcosa/ offrirti della sambuca che ti bruci la gola/ Ma tu vuoi una postazione internet/ un occhio miotico sul mondo/ Pigi i tasti nero fondente in progressione/ e senti i canti del Ramadam salire su da youtube/ come l’acqua per la pasta quando bolle”. Anche Alessandro e Samir devono essersi incrociati un giorno in uno di quegli internet point in cui immigrati inviano anche soldi in patria, o s’incontrano. Tornando a casa, Samir s’è detto: “Ti riscaldi con le parole dei poveri/ nei secoli dei secoli. Nel pieno di/ un silenzio pieno risorgi e palpiti e/ io brillo: tu dall’incarnato borghese, io dal sudore speziato”. E ora, destino, stanno vicini in questo tendone per una qualche emergenza che è sempre la poesia.

Arriverà qualcuno – un pubblico – a dar loro conforto?

Tratto da https://www.huffingtonpost.it/simone-di-biasio/chi-sono-i-giovani-poeti-italiani_a_22032419/, visitato il 25/4/2019

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Lapachos

di Maria Borio

lapachos

 

Le teste viola simmetriche
quando il freddo sul delta taglia l’atmosfera
sono i lapachos, riempiono i viali con consonanti
di labbra e petto, tolgono la l e la p dalle frasi.
Seguiamo il raccordo: le case bianche di Recoleta

e il mosaico delle villas ci uniscono in un arco.
Seguiamo il delta, l’ordine dei cani domestici,
l’uomo che li cura, imitiamo il muso nella faccia
con un’ingenuità privilegiata, così fragili e forti
che fra questi viali possiamo chiamare tutto

fantasma, popolo. Gli animali hanno maschere,
i lapachos fanno specchio alle persone –
una storia, un’immagine, un affresco,
allegoria aspra. Dai lapachos qualche fiore

attraversa i binari fra le villas e Recoleta,
attraverso un corrimano di lava vediamo
il muso di un cane dove si respira, si mangia.
Il delta è d’argento, è tutta la fragilità

che portiamo, seduti nel parco, nell’aria
sotto i lapachos che diventa colore,
la città che si svuota, l’aria viva triste
nel giorno dello sciopero generale.

Siamo fragili e forti, siamo questi alberi d’inverno,
prendiamo le facce dei cani nelle nostre,
gli occhi, scomponiamo i lapachos,
le villas adesso alcaline e viola.

Buenos Aires, 25 settembre 2018

Tratto da https://internopoesia.com/2019/04/11/maria-borio-2/, visitato il 25/4/2019

“Lo sparviero sul pugno”, guida ai poeti italiani degli anni ottanta, di Stefano Lanuzza

Il titolo del libro indica la condizione di selvaggia rarità della poesia che, al pari dello sparviero, torna per un momento, dal bosco della sua solitudine, sul pugno del critico-falconiere. Il sottotitolo Guida ai poeti italiani degli anni ottanta indica la vicenda dei poeti e dei movimenti di poesia nel corso di questi anni.
Il libro non introduce mappe ideologiche, repertori privilegiati o intempestive storicizzazioni. Espone piuttosto la prima bibliografia critica dei libri di poesia italiana più recenti, scritta senza conforrnismi, reticenze o riguardi verso opere e poeti consacrati dall’ufficialità. Le riviste, i gruppi, il cosiddetto “boom” della poesia, l’editoria undeground, le recite e le letture di versi, le antologie sono alcuni dei temi toccati dall’autore nel suo itinerario che inizia da dove si concludeva il suo precedente libro sulla poesia italiana degli anni settanta.

Estratto del libro
Queste carte non si rivolgono al cosiddetto “pubblico della poesia”, entità con tendenze ecumeniche francamente inaffidabile, né a monomaniaci cultori del “poetico”, né tampoco a un troppo blandito “utente” cui meglio si confanno altre occasioni, non escluse, a proposito di ecumenismo, le “adunate oceani che” di poesia e dei “poeti-urlatori” da Castel Porziano in poi. Questo libro (un pamphlet o un “romanzo” che, senza rinunciare al discorso sui testi, a quello di un’implicita teoria della poesia e a una panoramica sui poeti degli ultimi anni, dove, anche a scommessa o rischio e in omaggio a un bisogno d’espressione negato solo da chi per ragioni di egemonia ha interesse a negarlo, accade di dare più spazio ad autori meno noti e minor spazio a quelli più noti, i quali ben maggior campo devozionale avranno nelle tante occasioni storiografico–antologiche o nei voti di un giudizio di valore non appartenente agli scopi del presente itinerario di critica “militante”, ossia fuori moda, sconveniente o inattuale) è rivolto sopra tutto al disinteressato e svagato flàneur, se ce n’è ancora uno; a seguire il volo disperso dello sparviero della poesia, la pista e i penetracoli di un raro basilisco dagli occhi color polvere da sparo: occhi di lettore, appunto.

Trinità al bivio d’ultra poesia, di Antonio Vergoni

Trinità al bivio d’ultra poesia

Per quel giorno s’alzò anche il blu a proteggere il cuore

di quei pazzi passi d’amore

Acerbi pensieri in vena di ribellione

Alcuni assolati balconi

Alcune pene immobili

Il fragile occhio sul mondo che verrà

 

Per quella volta la decisione fu risparmio e investimento

Lo si deve al sole e solo al suo dove

se ancora quel mondo poteva essere amato

per un’importante ultima volta

al largo di quel dolce navigare

all’abbraccio di quell’Ulisse e del suo mare

Lui e lei

e il piccolo lui

Trinità al bivio d’ultra poesia

Gelosa la maga Futura albeggiava ogni tanto la sua punizione

 

Per tutto il resto

Ogni volta

Per questo e quello

Alla lettera

Alla promessa solenne

All’infinito

fino all’ultimo dolce blu cuore.

 

Antonio Vergoni

Tratto da “( Ri )partenza da Nasso” AA.VV., 2019, Senso Inverso Edizioni

 

Scritto in macchina, poesia

carmina

 

Scritto in macchina

Ruggine decorativa per un sottoponte di tutto rispetto

vecchie ruggini tra quelle rotaie

stride il perfetto suono dell’ordine

il silenzio è sospeso per minuti d’ore inesistenti

 

E dal treno a scorrere via via

occhi d’attesa nel passato

occhi crudi al giorno non concesso

volta per volta

 

Solo alla sosta si riconosce l’errore

solo e per propria ammissione

celebrava la sua stasi il viaggiatore.

 

Antonio Vergoni

Poesia pubblicata su “Carmina et Sidera”, selezione poetica dedicata a Charles Dickens, 2019, Edizioni “Il Cuscino di Stelle”

La poesia per Federico Garcìa Lorca

ecopoetry
OriginalEcopoetry

 

“La poesia è un dono…è qualcosa che va nella strada, che si muove, che passa al nostro fianco… si passa vicino ad un uomo, si guarda una donna, s’indovina il cammino obliquo di un cane e in ognuno di essi sta la poesia…

Tutti i personaggi dei miei poemi sono realmente vissuti. la cosa principale è mettere la mano sulla chiave della poesia…

quando si è tranquilli, allora zac! si apre la chiave e il poema scaturisce con la sua forma luminosa…

La poesia ci può aspettare seduta sullo scalino della porta nelle sere fredde, quando si rientra con i piedi stanchi e il bavero alto; può stare ad aspettarci nell’acqua di una fontana,  appollaiata su un fiore d’olivo, posta ad asciugare sulla tela bianca d’un terrazzo…

Poesia tratta da: https://www.libriantichionline.com/divagazioni/federico_garcia_lorca_ballata_acqua_mare

Ballata dell’acqua del mare (Libro de poemas, 1919)

Il mare
sorride in lontananza.
Denti di spuma,
labbra di cielo.

Cosa vendi, fosca fanciulla,
con i seni al vento?
Vendo, signore, l’acqua
dei mari.

Che cos’hai, giovane negro,
mescolato al sangue?
Porto, signore,
l’acqua dei mari.

Queste lagrime salmastre,
da dove vengono, madre?
Piango, signore,
l’acqua dei mari.

Cuore, e questa amarezza
profonda, da dove nasce?
Quanto è amara l’acqua
dei mari!

Il mare
sorride in lontananza.
Denti di spuma,
labbra di cielo.

Da Wiki:

García Lorca viene fucilato a 37 anni da militanti del movimento politico CEDA all’alba del 19 agosto 1936[2] perché socialistaomosessuale e massone[6][7] e gettato in una tomba senza nome a Fuentegrande de Alfacar nei dintorni di Víznar, vicino a Granada.